A Roma la Via Crucis dei Papi al Colosseo

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Ogni anno, a Roma nello scenario monumentale del Colosseo, ormai da diversi decenni, la sera del Venerdì Santo il Papa presiede la Via Crucis trasmessa in mondovisione. Storicamente, la prima Via Crucis al Colosseo fu voluta da papa Benedetto XIV nel 1750 per celebrare il Giubileo di quell’anno. L’usanza continuò fino al 1870, quando s’interruppe a causa dei contrasti del Papa con i Savoia.

La tradizione venne poi ripresa da Papa Paolo VI il 27 marzo del 1964 e da allora si è mantenuta. Fin dall’esordio è stato possibile seguire l’avvenimento in eurovisione; nel 1977 avvenne la prima trasmissione e, nel 1980, Giovanni Paolo II ha introdotto l’uso di affidare la lettura dei testi delle meditazioni a intellettuali cattolici di differente formazione.

L’edizione del 2017 si è svolta il 14 aprile. Dalle prime ore del pomeriggio una moltitudine di persone si è diretta verso l’Anfiteatro Flavio sistemandosi in quel contesto tra l’Arco di Costantino e il Colle Palatino; in tali spazi, per motivi di sicurezza diverse zone di Roma sono state interdette al traffico; per esempio, la fermata della Metro è stata chiusa e, nei varchi di acceso di filtraggio, i partecipanti sono stati controllati dalle forze dell’ordine.

Così, mentre le camionette della Polizia hanno sostato in punti strategici e gli elicotteri sorvolato dall’alto, sono andati verso il Colosseo famiglie con bambini, gruppi di giovani, religiose, sacerdoti, turisti e pellegrini: c’era una grande quantità di fedeli guidata principalmente dalla devozione e, forse, dal desiderio di vedere il Papa.

Nel tardo pomeriggio, volontari appartenenti a organizzazioni cattoliche hanno cominciato a distribuire, a circa 20.000 presenti, candele con flambeaux di carta e un libretto stampato dall’Ufficio delle Celebrazione Liturgiche; nell’opuscolo c’erano le fasi e i testi della cerimonia.

Ai margini del Colosseo, i furgoncini della RAI sostavano per effettuare le riprese con telecamere montate su lunghi supporti, mentre sul sito dell’antico tempio di Venere era sistemata la poltrona con baldacchino per il Papa, posta al fianco di una Croce fiammeggiante.

C’erano ovunque riflettori. Intanto è calato il tramonto e molti hanno consumato una frugale cena preparata al sacco in attesa dell’inizio della cerimonia. Finalmente è arrivato papa Francesco; una siepe di telefonini e macchine fotografiche si è predisposta per immortalare la scena.

Poi è comnciata la Via Crucis. Ogni stazione è stata aperta con il canto della «stanza» Adoramus te Christe; quindi il rito è proseguito con la lettura da parte di due speaker, un uomo e una donna, di brani del Vangelo e di meditazioni scritte per l’occasione dalla biblista francese Anne-Marie Pelletier.

Dopo una specifica preghiera e la recita del Pater Noster, ogni «stazione» è stata chiusa con versi del canto Stabat Mater. Al termine delle 14 stazioni, il Papa ha rivolto, a nome della Chiesa, una preghiera a Cristo.

Come è noto, la cerimonia si ripete ormai da 53 anni e si basa su alcune costanti: la presenza ieratica del Santo Padre, i canti in latino come componenti corali, un apparato scenografico reso suggestivo dalla Croce, dal Colosseo e dall’Arco di Costantino, la teatralità pacata con la quale vengono lette le meditazioni, la folta cornice di persone di ogni età, sesso e provenienza, il ruolo operativo della televisione per gestire l’apparato scenico di suoni e luci.

Questi elementi nello stesso tempo teatrali e simbolici rendono la rappresentazione rituale della Via Crucis uno spettacolo planetario, proposto nel vasto palcoscenico elettronico con la diffusione televisiva in «mondovisione».

D’altra parte, il Concilio Vaticano II ha posto l’attenzione sulla necessità della Chiesa di aprire un proficuo confronto con la cultura e con il mondo; non a caso, come si è prima accennato, è stato Paolo VI nel 1964, ossia proprio nel pieno svolgimento dei lavori del Concilio, a ripescare la tradizione interrotta nel 1870.

Come tutti sanno, la Pasqua è il momento centrale liturgico del Cristianesimo e Papa Montini allora avvertì l’esigenza di stabilire un punto fermo che avesse un forte impatto comunicativo e che adeguasse culturalmente la drammatizzazione del nucleo narrativo della passione di Cristo.

La Santa Sede stessa, dunque, è da allora l’organizzatrice diretta dell’evento e ne ha elaborato la formalizzazione rituale e ne ha condotto la regia, proprio come gli ordini religiosi nel Medioevo diedero vita ad analoghe rappresentazioni.

La scelta della location non poteva essere più azzeccata: cosa c’è di più di scenografico di uno dei posti più belli del mondo da un punto di vista della storia dell’antichità classica e di quella del primo Cristianesimo? All’Anfiteatro Flavio, il monumento più famoso dell’antica Roma, è demandato il compito di fare da palcoscenico.

E lo assolve perfettamente ricordando anche e soprattutto il martirio dei primi cristiani. La comunicazione si articola su solidi elementi visuali e verbali che si fondono tra loro e costituiscono una formidabile simbologia scenica.

La voce amplificata degli attori, infatti, si posa e si sposa con i volti contriti dei fedeli illuminati da luci notturne. La Croce di Cristo arde in continuazione e rappresenta per tutti la meta da raggiungere e venerare.

I canti e le preghiere in latino, una lingua conservativa, costruiscono un ponte tra passato e futuro necessario per re-integrare alla cerimonia masse spesso sradicate dal proprio territorio di appartenenza.

La figura del Papa diventa quella di un campione della pietà popolare, che con la sua presenza unisce l’intero «Orbe» cattolico con Dio nel momento in cui si rivive la morte e risurrezione di Cristo suo figlio.

Le meditazioni e la grande preghiera universale del pontefice svolgono una chiara funzione pedagogica nei confronti degli ascoltatori; le letture cadenzate degli speaker trasfigurano i contenuti a dramma con scopi evidenti di educazione e persuasione.

Inoltre, questi testi consentono di trattare temi di attualità: spiccano tra le altre le meditazioni dell’allora cardinal Ratzinger contro la «sporcizia» nella Chiesa in occasione della Via Crucis del 2005, l’ultima condotta insieme a Giovanni Paolo II.

Negli ultimi due anni poi, Papa Francesco ha formulato autentiche preghiere-invettive ricordando le croci dell’umanità di oggi come le vittime del terrorismo e i rifugiati. Le intenzioni dei pontefici s’incontrano così con il vissuto quotidiano dei fedeli che pregano con lui.

Ciò è possibile grazie alla mondovisione che allarga le pareti del tempio e nelle due ore di trasmissione sacralizza l’intero spazio terrestre diffondendo immagini e messaggi in ogni casa dove giunga il segnale.

In conclusione, da una parte ci sono telecamere, riflettori accesi, telefonini e mondovisione, dall’altra preghiere, canti in latino e una Croce che brucia; è chiaro che le Via Crucis del Colosseo presiedute dai pontefici rappresentano un fatto culturale con precise funzioni rituali e sceniche.

Un fatto culturale che si propone di mediare tra le realtà culturali tradizionali e le istanze moderne provenienti dalla società globalizzata. In questo caso, infatti, non si tratta di una tradizione figlia del localismo, come ad esempio le migliaia di processioni o Via Crucis viventi che si svolgono pressoché ovunque, ma piuttosto del preciso intento di rifunzionalizzare un’antica usanza per far sì l’intera comunità internazionale di fedeli, guidata dal Santo Padre suo sacerdote mondiale, riviva insieme l’esperienza religiosa della morte e resurrezione di Gesù a livello universale.

Restando in piedi sotto il Palatino con uno zaino sulle spalle o stando seduti in poltrona di fronte alla tv casalinga, i fedeli soddisfano il bisogno esistenziale di partecipazione al sacro e allo stesso tempo i contenuti della liturgia ufficiale vengono fatti propri da tutti i popoli. Così, l’offerta cristiana di vincere la morte attraverso la Croce di Gesù rinasce e rimane più viva e contemporanea che mai.