Alcune riflessioni sui patrimoni etnografici

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Le culture popolari, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, rispetto alla cultura dei ceti egemoni, considerate gramscianamente subalterne nel contesto dei relativi dislivelli sociali, hanno acquisito il medesimo valore simbolico ed economico-sociale dei beni ambientali, archeologici e storico-artistici; infatti, fanno parte integrante dello stesso patrimonio culturale delle comunità di appartenenza collocandosi nell’ampio quadro dei beni etnografici immateriali e materiali delle diverse regioni.

Questo risultato è stato raggiunto grazie ad importanti istanze che, negli ultimi decenni, hanno caratterizzato il dibattito sui beni ambientali e culturali, in generale, e per quanto riguarda i beni culturali etno-antropologici, in particolare.

Su questi ultimi le questioni da risolvere sono state più complesse, in quanto si sono dovute superare molte nostalgie romantiche sul mondo contadino e sui popoli primitivi, entrambi da tempo scomparsi in conseguenza delle trasformazioni del sistema economico e produttivo.

Inoltre, è stato necessario riflettere attraverso un’ottica più dinamica sulla nozione di “culture popolari”, per stabilire che esse sono dati socio-culturali vitali, nella misura in cui si rifunzionalizzano adeguandosi alle esigenze contingenti delle comunità che le elaborano e le vivono.

Da qui il riconoscimento che tali dati, ovvero le culture popolari, siano definiti beni culturali dinamici e non statici da museificare, ma da valorizzare, in quanto caratterizzanti la definizione delle identità delle diverse comunità, così come lo sono le lingue e le parlate delle differenti popolazioni.

Da qui il pregio e la ricchezza della diversità delle culture, diversità da conservare, da valorizzare e da difendere dall’attuale omologazione provocata dalla globalizzazione economica, in base alla quale gli uomini rischiano di trovarsi in un’unica dimensione senza libertà, secondo quanto aveva proposto Herbert Marcuse a metà degli anni ’60 del secolo scorso.

Questa attenzione per i beni culturali etnografici attualmente impone di conservare, rivitalizzandone le funzioni in base alle attuali esigenze, le tradizioni orali nelle quali si riscontrano racconti mitici, leggende, fiabe e credenze religiose con una grande quantità di pratiche culturali connesse a feste del ciclo dell’anno; in questo insieme si collocano, come è noto, anche canti, musiche strumentali e balli, ai quali si connettono i vari prodotti materiali della cultura, ovvero i manufatti dell’artigianato dei mestieri e domestico come, per esempio, l’abbigliamento, i tessuti tradizionali e gli ornamenti preziosi che caratterizzano l’identità delle diverse regioni.

A questi prodotti si devono aggiungere quelli riguardanti le tradizioni enogastronomiche che costituiscono uno degli aspetti più interessanti da mantenere vitali, per sviluppare l’economia turistica che attualmente caratterizza il sistema Italia. Pertanto, i caratteri identitari e il valore economico del patrimonio etnografico italiano, negli ultimi tempi, ha cominciato a diventare oggetto di interesse di economisti del turismo e di politici.

Purtroppo finora, in Italia, il problema della valorizzazione dei beni culturali etnografici ha costituito soltanto un’attenzione spontanea ed improvvisata; al contrario, il forte sviluppo del turismo culturale tailandese e balinese, come sostiene l’antropologo americano Philip MacKean, è stato possibile grazie al recupero scientifico e al relativo sviluppo delle rispettive tradizioni popolari delle diverse comunità locali.

In sostanza, quindi, si tratta di esempi, quelli tailandesi e balinesi, che sarebbe opportuno esaminare sia da parte degli antropologi, sia da parte dei politici ed amministratori per una programmazione scientificamente accurata della valorizzazione economica dei beni culturali etnografici perché costituiscano corretta attrazione turistica.

Ovviamente, identico problema si pone per i beni archeologici, storico-artistici ed ambientali le cui responsabilità ricadono nei rispettivi studiosi e politici. Nel suo piccolo, con la sua modesta funzione di volontariato nell’ambito etnografico, la Federazione Italiana Tradizioni Popolari da diversi anni propone la conservazione, rifunzionalizzazione e relativa valorizzazione delle culture popolari delle regioni italiane.

Per tale obiettivo ha costanti contatti con il mondo scientifico etno-antropologico e con esponenti politici delle diverse e differenti tendenze interessati a portare avanti le istanze di valorizzazione alle quali si è prima accennato.

In tale quadro, in questa sede, si propone un esempio, essendo però disponibili a presentarne altri che potrebbero essere inviati per arricchire un eventuale dibattito. Nella terza decade di luglio il senatore molisano Roberto Ruta ha presentato in senato una proposta di legge riguardante la promozione, il sostegno e la valorizzazione della musica corale, bandistica e dei gruppi folklorici. Sappiamo che altre proposte sono state presentate, ma è la prima volta che nel testo viene riconosciuto un ruolo primario alla nostra Federazione.

Inoltre, la stessa proposta risulta presentata anche alla Camera dall’ on Zanin. «La stesura del testo, - precisa l’esponente politico molisano - è frutto di un’ampia collaborazione e condivisione con le Federazioni maggiormente rappresentative: la F.I.T.P: la FENIARCO, e la ANBIMA»; nello specifico lo stesso senatore rimarca che «l’art 3 in conformità alle finalità della legge, dispone il riconoscimento da parte della Repubblica della rilevanza nazionale delle tre Federazioni innanzi citate.

Inoltre, dispone che il sostegno economico, di cui all’articolo 2, sia distribuito secondo i seguenti criteri: il 40% per le attività proprie della FITP, della Feniarco e della Anbima , il 40 % per progetti proposti dalle associazioni regionali dei medesimi soggetti ed il rimanente 20% per sostenere gruppi giovanili nonché concorsi e festival riconosciuti a livello internazionale».

In pratica, si tratta di una novità politica determinante per il settore dei beni etnografici da sempre considerati di secondaria importanza. Si spera che l’iniziativa abbia qualche probabilità di arrivare in conclusione nonostante il tempo esiguo che manca alla conclusione della legislatura.

In tutti i casi è doveroso ringraziare il senatore Roberto Ruta per l’attenzione che ha avuto nel sollevare il problema riguardante la tutela e la valorizzazione dei beni culturali etnografici. Per dar merito a questa iniziativa riportiamo a lato di questo articolo per intero quanto ha scritto Il Quotidiano del Molise on line riguardante la proposta di legge ed alcune precisazioni dello stesso senatore Ruta.

Per concludere con una prospettiva da rivolgere a tutti gli associati della F.I.T.P., sarebbe particolarmente interessante avere al più presto altre riflessioni sui problemi appena affrontati in questo articolo.