Carnevale morto. Viva il Carnevale!

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Il carnevale conserva simboli e rappresentazioni del caos primordiale. del disordine apparentemente allegro, dell’esagerazione.

Maschere e mascheramenti per essere chi non si è mai stati, per impersonare in maniera stupenda o visibilmente deforme il proprio alter ego. Il Carnevale, una volta legato ai riti della fine dell’anno, poi slittato al mese di febbraio, conserva simboli e rappresentazioni del caos primordiale, del disordine apparentemente allegro, dell’esagerazione, dell’esorcizzazione della paura di quello che poteva accadere con il nuovo ciclo annuale. I suoi ritmi, oggi meno di ieri, erano cadenzati da festeggiamenti settimanali che iniziavano dopo la festa di Sant’Antonio Abate per giungere all’ultima settimana, nella quale il giovedì grasso e la domenica preludevano al successivo e ultimo tripudio carnascialesco del martedì grasso. Poi l’ordine si ricostituiva, la baldoria era finita.

Anche l’Abruzzo ripone i suoi carri e le sue tipiche maschere, si pensi ai Pulcinella abruzzesi, dai copricapi conici e decoratissimi, alcuni dei quali ancora sfilano a Chieti, a Castiglione Messer Marino, a Guardiagrele, a Orsogna, e alle sfilate dei carri come a Francavilla al Mare, dove la maschera di re Patanello impazza per alcuni giorni.

La coralità dei festeggiamenti ripete, in alcune località, temi e personaggi: le recitazioni burlesche, le prese in giro fino ad arrivare a offese celate, i cortei che sfilano più o meno affollati, il re Carnevale pianto dalla sua vedova che lo vedrà morire nel rogo finale attorniato da coloro che lo accompagnano nel tragico epilogo.

Maschere che raffigurano, in modo esasperato, le personalità più importanti della comunità come il Dottore, lo Speziale, termine che definiva la persona del farmacista, il Notaio colui che dirime le dispute, i Carabinieri detentori della giustizia.

Ma Montorio al Vomano, in provincia di Teramo, è l’unica località dove la festa continua anche il mercoledì delle Ceneri, quando dovunque quel giorno segna l’inizio della Quaresima. Qui si prosegue con l’apoteosi delle celebrazioni carnevalesche: il funerale di Carnevale con il corteo.

La sua nascita nella cittadina non è così lontana; risale agli anni 20-30 del secolo scorso. L’apparato scenico ricalca temi e personaggi presenti in altre località della regione con variazioni relative al giorno, il mercoledì delle Ceneri e all’epilogo: Carnevale non viene bruciato, ma il fantoccio, in vece sua, viene scaraventato nel dirupo fuori le mura dove scorre il fiume Vomano; si assiste poi alla “resuscitazione” (non resurrezione) del morto che balla con la sua non più vedova Addolorata.

Probabilmente, come suggerisce la memoria storica del luogo, alcuni giovani studenti avevano partecipato o sentito notizie circa il funerale di Carnevale celebrato in paesi della montagna teramana e nel napoletano; così avevano voluto coniugare l’antica festa con le loro intemperanze politiche, tipiche di quel periodo storico, organizzando la celebrazione del Carnevale montoriese.

Le satire infatti permettevano di dire cose che, in altri momenti, sarebbe stato difficile esprimere. Col tempo però il Carnevale a Montorio diventa tradizione e alle maschere canoniche che fanno parte della coreografia abruzzese si sono aggiunti, anno per anno, altri interpreti come i figli e i vari parenti del morto – non morto; è stato aggiunto il celebrante che recita le satire e muta la figura del prete che diviene personaggio peculiare nell’intreccio della rappresentazione satirica, con le suore e i chierichetti.

Le figure femminili sono interpretate da uomini nel più puro spirito carnevalesco dello scambio dei sessi. Il rovesciamento del tempo e delle regole si evince dall’abbigliamento che essi-esse indossano; infatti al posto di abiti coprenti e scuri, come si conviene ad un funerale, vedova e donne sono un tripudio di lustrini, parrucche colorate, trucco pesante, tacchi esagerati.

Presente, una volta, anche un asino, rappresentante il contrario della nobile cavalcatura del cavallo, mentre il simulacro con il quale si benedicono i convenuti altro non è che un baccalà essiccato a significare il re povero e non ricco; il “cibo scemo” come si definisce questo pesce che per prendere sapore si deve arricchire di sale, tutti indici di sovvertimento e di caos e quindi di…. Carnevale.

Alle ore 21, il defunto viene portato dentro la bara e posizionato in una zona del paese visibile da molte posizioni. I fiori, i lamenti dei presenti al funerale sono argomento di scherzi ai quali proprio Carnevale morto, ma vivo, risponde con gesti di sfida e scongiuri.

Come risulta evidente è possibile intravedere, nell’andamento simbolico della festa, tracce della fine e del principio di un nuovo ciclo annuale: la morte e la rinascita vegetale che si approssima. Dai tanti vicoli si avvicinano i figuranti alla veglia funebre che poi si conclude con il trasporto del feretro accompagnato dalla banda.

Per tutto il percorso che abbraccia una parte del paese il Carnevale morto, muove i suoi arti, alza la testa, fa le corna, tira fuori la lingua, si profonde in sberleffi ogni volta che riceve dai partecipanti frasi che alludono alla sua morte, mentre le note della marcia funebre di Chopin cadenzano il passo del corteo.

Vizi e virtù dei vari paesani vengono elencate dai giovani i quali, con finta mestizia, seguono la bara. Si arriva nella piazza principale dove salgono su un palco i protagonisti e il celebrante e la folla sottostante ascolta le prese in giro, gli aneddoti politici, le allusioni sessuali riguardanti alcuni, il tutto accompagnato da risate più o meno liberatorie.

Concluse le satire in piazza, il corteo funebre ritorna alla Fonte del Mulino da dove era partito. È il momento che esorcizza la morte di Carnevale che vede morire il suo doppio nel fiume e si alza uscendo dalla bara per riabbracciare Addolorata moglie e ballare con lei.

Coloro che hanno resistito, perché l’ora è tarda, sono invitati a brindare con vino e mangiare quello che viene offerto. La vita ha vinto, tutto ritorna al suo posto.