Centro storico della mia città: cuore e vita di una comunità

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Dietro ogni porta una storia. Le raccontavano a letto. Ripetevano le vicissitudini delle famiglie, i fatti e misfatti.

Si può entrare dalla Portella, dal buco del forno della Stracciata, dall’arco attiguo alla Torre di Farnaro, da Porta di Suso, dal Largo delle Monache. Ci si può incamminare anche per una di quelle vie che salgono e scendono, come i cordoncini di un vecchio paralume.

Non è una vecchia fortezza, un ghetto di innominabili turpitudini della violenza razziale, una casba. E’ Lu Cummone, il centro storico della mia città, San Giovanni Rotondo. Il termine è di quelli che fanno sgranare gli occhi e arricciare il naso: il solito fossile lessicale che l’erudito perdigiorno, tira fuori per singolarità, per stupefare la piazza ammammolata, eppure non è così.

Pochi passi e sei in un altro mondo: di silenzio, di chiusa discrezione. Le vie si chiamavano piazze e piazzodde, pur senza aver niente della piazza e della piazzetta: corrono o meglio, si dipanano tortuose, sfrangiate, talvolta si slargano in miracolosi spazi irregolari, in confluenze impreviste, in problematici grovigli.

Sono tanti fili di un ordito misterioso e semplice. Sui muri gibbosi, più o meno calcinati, attraversati da ghirigori di crepe (ricordi di terremoti) o ristrutturati di fresco, non si vedono segnali stradali, sarebbe assurdo.

Su qualche cantonata una targa col nome della via: serve al postino novello. Comunemente hanno denominazioni di vita: Li cappadde, la chiazzaranna, la giallechera, la chiazza dellu scarpare. Non si può andare spampanato, di giorno, con quelle fettucce in testa di cielo e di sole e quel bubbolare della Bora su per i tetti scoperti e i comignoli.

Chi ti conosce ti può salutare con aria interrogativa; gli altri, da una finestra o dietro i vetri di un sottano, ti seguono con gli occhi finché possono. Per loro si tratta di un affronto all’intimità comunitaria.

Si procede con passo lento e saputo, il capo chino e incassato, ma gli occhi tessono sguardi orizzontali. Dietro ogni porta una storia: sono l’una accanto all’altra vicinissime, o sopra pochi gradini di pietra grezza e liscia o in cima a monumentali mugnali (piccola scalinata di pietra per accesso ad una abitazione) o sprofondate al punto che l’architrave corrisponde al piano della via. Dietro ogni porta una storia.

Le raccontavano a letto, al tepore delle bestie, del tizzo ben coperto di cenere per riaccendere il fuoco all’indomani. Ripetevano le vicissitudini delle famiglie, i nomi, i soprannomi, i fatti e i misfatti: o raccontavano la soddisfazione di un lavoro terminato e il proposito di un altro da intraprendere il giorno dopo.

Il tempo era scandito dalla nascita, dal matrimonio e dalla morte. La morte non era sempre rivissuta come un’angoscia; serviva a sfoltire una figliolanza numerosa (mi ha aiutato la morte) o a porre termine ai dolori dei disgraziati e delle lunghe vecchiaie inattive.

Storie che sapevano tutti, ridette attorno al braciere, alla Messa, dal fornaio, dal barbiere, al mulino: storie uguali ma che ciascuno sentiva esclusive. In tutte queste storie vi era un fondo solido di saggezza, di profonda pietà, di solidarietà.

Quei monolocali di pochi metri quadrati, così gelosamente definiti, diventavano celle di un singolare romitorio comune, dove affetti e pensieri, sensazioni e comportamenti si traducevano in norme di vita schietta e innocente.

Il vaglio (angusta stradina) sembra, ancor oggi, ristorare l’anima. Quello di Don Alìe, che accoglieva le donne per il Rosario, che sembrava una galleria interminabile di porte e porticine, di scale e scalette e un precario architetto di pietra che non cadeva mai, oggi è disabitato.

Anonime e rigogliose pianticelle, spuntano rade o a cespugli dalle fessure dei muri, dagli interstizi dei gradini e del selciato. Da sotto un mugnale fa capolino un alberello di fico selvatico. La povertà lascia sempre un campionario di verde.

Dappertutto segni vecchi e recenti di vitalità. Qualche testa fittile traboccante di gerani, tendine e tendaggi, meticolosamente tirati a chiudere i muri piastrellati di ceramica colorata. La calce bianca non fa più dignità. Ma le Madonne (edicole) mostrano la forza devozionale, la lampadina accesa e un mazzo di fiori.

Si lavora di memoria e non sai se sei il ragazzo che svicola come lepre separata a comprare da Matalana lu sale (negozietto tipico) un pacchettino di trinciato forte e le cartine per tatà o se gironzoli turista di un mondo inafferrabile e vivo come l’aria che inonda un mondo irreale.

E si procede per le viuzze con passo lento e saputo, dove ancora trasuda dignità e orgoglio di appartenenza, ma, purtroppo, tante architravi sono state sostituite da quelle di alluminio dorato, brunito, al naturale (che scempio!).

Poche sono ancora di legno rugoso, mangiato qua e là da tarli caparbi. Disseminati qua e là nuovi punti luce con lampioni tipo processione del Corpus Domini. Ormai non sono più vie passatore. Un mondo ormai lontano, ove ancora pulsano le tradizioni ataviche dei Padri, ma solo per i pochi che ancora calcano, sfiorando in segno quasi in segno di rispetto, la pietra grezza dei tortuosi vicoli di GARGAROS (San Giovanni Rotondo).