Colori, sapori e virtù del maggio in Abruzzo

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L’uso di consumare una minestra rituale il primo maggio, in molte zone d’Abruzzo, tende a mantenere viva una tradizione che, se ha perduto la sua motivazione primitiva a favore della preparazione ad uso della ristorazione, associa il consumo di questo piatto ad occasioni ludiche e di incontro.

A Teramo questo piatto prende il nome di Virtù. Minestra famosa, che appariva sulle mense con le prime fave, i piselli e i carciofi novelli, che hanno, nella preparazione di questo piatto, insieme all’osso di prosciutto, orecchi e zampetti di maiale e una varietà copiosissima di legumi secchi, di freschissime erbe e verdure, un posto molto importante.

Per mantenere vivo il patrimonio culturale regionale, anche in questo caso, il riproporre rituali ed eventi tipici della tradizione contribuisce alla persistenza dell’aspetto alimentare. Il primo maggio Teramo si anima, molte sono le persone che arrivano anche da fuori.

Alcuni ristoranti usano volantini pubblicitari e locandine affisse sulle strade per richiamare clienti offrendo la prenotazione dei posti e anche la possibilità di portare le virtù a casa. Gli inviti presso parenti e amici che sanno preparare questa minestra sono attesi e riconfermati di anno in anno.

Spesso, all’ora di pranzo del primo maggio, è facile incontrare persone che vanno e vengono portando contenitori ancora avvolti con tovaglie all’uso antico. Aprendo il sipario su altre tradizioni culinarie del maggio abruzzese, per poi tornare al piatto teramano, a Guardiagrele alcune associazioni organizzano la festa di Majo sottolineando l’importanza che aveva la preparazione e relativa distribuzione di questo cibo che adotta il termine di Lessagne, un mix di verdure e legumi sempre in numero dispari (sette o nove o multipli di sette) che era offerto in pasto anche al maiale, animale simbolo di fertilità e d’abbondanza.

La distribuzione alimentare di oggi si colloca su un piano rituale diverso dal passato mantenendo, per alcuni aspetti, la circolazione dei cibi che rinsalda rapporti amicali e sociali. Ancora vivo a S. Giovanni Lipioni (Chieti) l’uso di questuare il primo maggio per annunciare il ritorno della stagione propizia ricordando il majo testimone della rigenerazione vegetativa.

Un trionfo di erbe profumate e fiori viene portato in giro per il paese donando alle famiglie piccoli mazzetti floreali. Chi portava il majo riceveva, una volta, doni alimentari nel tracciato della ridistribuzione alimentare.

La trasformazione della tradizione ha fatto in modo che, nei tempi attuali, la quantità di uova raccolte si trasformi in una grande frittata consumata comunitariamente. Il mese di maggio costituiva, per il contadino abruzzese, un periodo critico.

Le provviste invernali scarseggiavano nelle dispense, ormai i legumi e i cereali erano nel fondo dei sacchi e i campi non donavano che le prime piantine. In un universo così precario, nel quale molto influivano le instabilità atmosferiche (poca pioggia = piante secche, molta pioggia = piante marcite) lo scarso approvvigionamento alimentare faceva temere i contadini che cercavano propiziazione

Attraverso la ritualizzazione del cibo composto di vegetali dell’anno precedente e dei primi arrivati nei campi. La “costa di maggio” rappresentava il periodo difficile attraverso il quale l’uomo dove passare, luogo iconograficamente immaginato come ascesa per conquistare la cima del proprio lavoro, dei propri ricchi raccolti.

Così questo piatto ricco di vegetali, di legumi, di erbe dell’orto veniva preparato in molte zone abruzzesi chiamandosi in modo diverso: granati nella valle Peligna, risusci e suffitelli a Civitella Alfedena e Cocullo (AQ), majo e ciciarelle a Cuppello nel Vastese, lessame ad Atessa, vertuti a Cittaducale (RI) , lessagne a Guardigrele, totemaje a Lanciano (CH), e Pescocostanzo (AQ), virtù a Teramo.

La richiesta di protezione ed esorcizzazione del male si estendeva, come detto, agli animali per evitare fastidiose malattie, come le punture dei tafani e i morsi delle serpi nelle zone di Atessa e Casoli (CH), così come nei dintorni di Vasto (CH) si offrivano alle bestie gravide e alle galline.

Il riferimento al pericolo del morso delle serpi, che si risvegliano in questo periodo, si collega ai riti in onore di S. Domenico a Cocullo (AQ) celebrati i primi di maggio nei quali sono presenti i “serpari” (uomini esperti che girano per il paese con le braccia cariche di rettili che poi depongono sulla statua del Santo mentre viene portata in processione).

Il ‘formentone’ o ‘grano turchesco’ era l’alimento base con il quale si preparavano i già citati granati. L’importanza dell’uso della ridistribuzione alimentare nelle campagne abruzzesi era tale che questo piatto veniva preparato e distribuito ai poveri, che lo richiedevano, in varie occasioni dell’anno: nella commemorazione dei defunti, per l’ultimo dell’anno, il primo dell’anno, Sant’Antonio Abate, il primo di aprile, il primo di maggio, l’Ascensione.

Nel calendario contadino vi erano perciò periodi nei quali la questua e l’offerta si ufficializzavano attraverso la scansione delle varie feste popolari e liturgiche, nella storia del ritualizzato equilibrio alimentare che obbligava chi aveva di più a rispondere con un’offerta alimentare verso coloro che non avevano.

Anche le virtù teramane venivano distribuite non solo ai commensali ma ad amici e parenti. Ritrovarsi insieme, ancora oggi, ridefinisce la traccia rituale di partenza. Il segreto sta nel mescolare bene i sapori delle fragranze, dei legumi e delle verdure.

Finocchio, finocchietto, aneto, timo, maggiorana devono essere ben dosati per evitare che l’uno superi l’altro. Alcuni aggiungono un pugno di grano e di granturco insieme ai legumi. La bietola si associa all’indivia, alle cipolle, al pomodoro e tutto quello che di fresco si trova.

Fare le virtù è difficile perché questo piatto si altera facilmente con tante verdure, legumi e paste fresche. È curioso notare che ancora oggi, alla vigilia del 1° maggio, ci si scambino pareri e riflessioni sulla sapidità di questo piatto.

Le conversazioni proseguiranno poi nei giorni seguenti per formulare una classifica sulla bontà del piatto e sull’aggiunta o meno di certi ingredienti. Piatto propiziatorio, cibo che riallaccia legami intorno ad una tavola imbandita, oggi come un tempo.