Insidie del tempo, protezione delle feste

img

La festa è stata oggetto di numerose attenzioni da parte degli antropologi nei confronti della quale essi hanno avanzato diverse proposte interpretative. Questo interesse lo ribadisce una vastissima letteratura scientifica addensatasi negli ultimi secoli.

Il tempo rappresenta un enigma sul quale si sono affaticate da secoli generazioni di pensatori: filosofi, etnologi, antropologi, demologi, storici e altri studiosi delle scienze dell’uomo, indagandolo ognuno attraverso i quadri epistemologici e la strumentazione teorico-metodologica delle proprie discipline.

Parecchi anni fa, Laura Faranda e io affrontammo la tematica delle Forme del tempo con antropologi, storici, etnomusicologi, linguisti, autori e attori teatrali e molti altri, con colloqui che volta a volta vennero pubblicati sulla rivista «Orologi», per poi essere pubblicati in un volume, con la stessa denominazione, per Monteleone editore (1993).

Il lavoro ebbe notevole successo al punto che sta per essere ripubblicato dall’editore Angeli (Milano-Roma), in una prestigiosa collana diretta da Francesco Faeta. Il tempo, con il suo inarrestabile fluire, costituisce di fatto un pericolo mortale per l’esistenza del singolo, che nella sua fragilità comprende che, quali che siano gli esorcismi tesi ad allontanarla, la scomparsa sarà comunque a vincere le pur tenaci resistenze e contrapposizioni tese a negarla o a fingere come se si fosse di fatto immortali e a essere noi umani ad avere l’ultima parola nella inesausta tenzone con la morte.

In questa prospettiva la festa – istituto centrale nella cultura folklorica meridionale, e non soltanto in essa – svolge la funzione di eliminare i conflitti interni alla comunità e, radicalmente, di proteggere dalla morte, in qualche modo sconfiggerla.

La festa è stata oggetto di numerose attenzioni da parte degli antropologi nei confronti della quale essi hanno avanzato diverse proposte interpretative, come ha analizzato Maria Margherita Satta nell’opera Le feste.

Teorie e interpretazioni, Roma, Carocci, 2007. Questo interesse lo ribadisce una vastissima letteratura scientifica addensatasi negli ultimi secoli, lo conferma ulteriormente la mia personale, pluridecennale, esperienza di ricerca svoltasi prevalentemente nel Sud Italia.

Una necessariamente rapida esemplificazione al riguardo, ribadisce e rafforza quanto ho appena affermato. Con riferimento alle rilevazioni compiute da Maria Pascuzzi nel suo recentissimo volume Lo stretto crocevia di culture, Reggio Calabria, Falzea, 2016: «S. Nicola e S. Andrea sono considerati protettori dei pescatori. A San Roberto è festeggiato San Giorgio il primo sabato di agosto.

In effetti la festa ricorre il 23 aprile ma si festeggia appunto in agosto per favorire il ritorno degli emigranti. Si organizzano numerosi giochi: il tiro al piattello, nei sacchi, la pentolaccia, il ballo della tarantella.

Un altro santo dello Stretto è San Nicola di Bari, che si festeggia nella prima domenica di agosto. La statua viene portata in processione su una feluca sul lago […]. Giuseppe Pitrè lo indentifica con Odino e con il dio Nettuno […]: Nicolaus quasi alter Neptunus, maris curam gerit, o addirittura chiamato Ó Posèidon Christianòn, il Nettuno dei Cristiani. Alla sua figura è connessa la manna, il liquido dalle mirabili proprietà terapeutiche […].

S. Nicola protegge i marinai come Nettuno, ha competenze in ambito terapeutico come il Rex Saturnaliorum dell’era cristiana, Santa Claus-Santo Nicola è il santo dei piccoli. A Ganzirri, villaggio messinese in prossimità di Capo Peloro, San Nicola il genius loci chiamato a unificare i due tronconi della comunità locale: pescatori e cocciolari, rivali perché la pesca è assimilabile alla caccia e la coltivazione dei mitili è assimilabile all’agricoltura.

Nel caso dei cocciolari, un piccolo appezzamento del Pantano Grande, il lago di Ganzirri, è di proprietà della chiesa di San Nicola, protettore del villaggio e i cocciolari a rotazione la coltivano per conto del santo, donando alla Chiesa i proventi di tale attività.

La cassetta delle offerte con l’effige del santo si consegnava a fine settembre, a fine pescato. Inoltre i pescatori, per propiziarsi i favori del santo gli offrono pesce come ex-voto, in oro, argento, legno. Nel corso della festa, i culti praticati dai due tronconi si interconnettono; infatti le processioni si dispiegano sulla terraferma, poi sulle feluche ormeggiate a riva e poi in una barca sul lago grande.

Altre tradizioni sono quelle dei panuzzi di San Nicola, pane duro su cui viene impressa un’immagine di San Nicola, pani benedetti che sono offerti ai fedeli, su cui sono impressi i sigilli con lettere greche, a’ bulla, fatti fare anche per ex-voto; i panuzzi a volte sono buttati a mare, in caso di bufera, per invocare protezione, per i pescatori che sono al largo.

Sempre a Ganzirri avviene, in occasione della festa del santo, la benedizione delle barche. Altre tradizioni sono offrire alimenti ai poveri, raccogliere il liquido oleoso emanato dal suo corpo che viene conservato in bottiglie, decorate con la figura del santo.

A Roccavaldina nei primi giorni di agosto si svolge, ogni 8-9 anni, la Festa del Convito per ringraziarlo per avere soccorso la popolazione. Si porta in processione la statua e viene sacrificato un vitello, ‘u giovencu, dopo che è adornato con nastri rossi e condotto per le vie del paese. Dopo, le carni del giovenco vengono bollite e, nel loro brodo, si cuoce il riso.

Sempre in agosto a Gualtieri Sicaminò si celebra in suo onore una festa caratterizzata dai fuochi d’artificio e dal lancio dei panuzzi. […] A Villafranca Tirrena alla vigilia della festa si accende un falò, ‘u vamparizzu, costruito da tutti i ragazzi del paese, sul quale viene collocata, dopo essere portata in processione con la presenza della Confraternita di San Nicola una vecchia barca di legno, offerta a turno dai pescatori.

Tutto serve a scongiurare i rischi delle attività marinare. In questo caso gli oggetti non sono costruiti come i modelli navali, ma spesso realizzati per devozione, per essere donati come “ex-voto” in segno di gratitudine per grazia ricevuta».

Anche l’Abruzzo è una regione nella quale permane saldamente una serie di rituali festivi tesi a rinforzare la richiesta al divino di una protezione adeguata dai pericoli insiti nel quotidiano e nello scorrere di un tempo che inevitabilmente fluisce veloce verso la morte.

La saggistica demologica contemporanea ha accuratamente messo in luce i diversi elementi che si aggregano nelle feste, rafforzando la loro funzione protettiva, sia attraverso tratti comuni, sia attraverso proprie peculiarità.

Così ad esempio in una ricchissima guida Genti d’Abruzzo. Dal museo al territorio, di Ermanno De Pompeis e Giovanni Tavani (pubblicato da Carsa Edizioni nel 2008 per conto del Museo delle Genti d’Abruzzo, oggetto di numerose ristampe) che si sono avvalsi della collaborazione, tra gli altri, di Adriana Gandolfi e Annarita Severini.

Esemplificativamente “il lunedì di Pentecoste”, a Loreto Aprutino si svolge una singolare processione in onore di San Zopito martire, un grosso bue bianco, precedentemente addestrato, cammina tra la folla e sul selciato delle vie cittadine, cavalcato da un bambino vestito di bianco.

Per questa cerimonia l’animale viene addobbato con cura: dalle corna scende una “ghirlanda” costituita da nastri multicolori, specchietti e ninnoli, mentre campeggia sul dorso una gualdrappa rossa con le immagini di S. Antonio, protettore degli animali e San Zopito, patrono del paese.

Anche il bambino è riccamente adornato con ori e oggetti preziosi, tra le labbra stringe un garofano rosso sul capo ha una corona di fiori e porta un ombrellino chiaro. Il bue cavalcato dall’ “angioletto” è preceduto da uno zampognaro, che, suonando a tratti una nenia particolare, invita l’animale ad inginocchiarsi per adorare il santo; dopo aver seguito un percorso processionale, il bue si ferma sulla soglia della chiesa di San Pietro.

In passato l’animale entrava all’interno del tempio e assisteva alle funzioni liturgiche inginocchiandosi davanti al busto di San Zopito e dall’osservazione degli escrementi che l’animale produceva durante il rito religioso, era consuetudine trarre pronostici sull’andamento del raccolto.

Dopo la processione, il bue prosegue il suo percorso per rendere omaggio ai notabili del paese. L’evento trae origine da un miracolo avvenuto durante la traslazione delle reliquie di San Zopito a Loreto, nel 1711: quando il corteo con le sante reliquie passò nei pressi di un campo, un contadino intento ad arare non smise il suo lavoro in segno di rispetto, mentre il bue si inginocchiò rimanendo immobile finché il corteo non si fu allontanato, nonostante il contadino lo incitasse a riprendere il lavoro interrotto.

La festa trae probabili origini da antichi rituali di propiziazione agraria. Evidente il sincretismo tra Paganesimo e Cristianesimo: il bue bianco di origine italica, il bambino-angioletto di matrice cristiana; il trarre auspici dall’evacuazione del bue, operazione augurale di origine precristiana, molto diffusa anche come pratica magica; l’omaggio simbolico ai notabili, equivalente degli antichi “signori”.

Il rituale della genuflessione, può simboleggiare la natura, che si piega al volere dell’uomo (la musica suonata dallo zampognaro) per intercessione della divinità (l’angioletto), ma può anche celare elementi di connessione con antiche pratiche rituali di zoolatria».

Ancora oggi chi visiti il Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari, può soffermarsi sull’affresco dedicato al bue di San Zopito dall’artista Tommaso Cascella. La demologia contemporanea ha rilevato anche come intorno alla metà del secolo scorso, la Chiesa cattolica, ritenendo il momento della defecazione in chiesa, del tutto disdicevole con la sacralità del luogo, vietò al bue l’ingresso nella chiesa, ma la popolazione non si perse d’animo, improvvisò sul sagrato un altarino sul quale poggiò l’effige di Stalin affiancato da candele e l’animale fu sollecitato a defecare dinanzi al dittatore russo, che non seppe mai di essere stato oggetto di un omaggio escrementizio in un lontano centro abruzzese.

È un piccolo evento, questo, che supera a mio avviso l’ambito dell’aneddotica perché mostra sia la resistenza del cattolicesimo popolare rispetto ai tentativi di normalizzazione da parte del cattolicesimo egemone, sia l’assunzione del dittatore quale simbolo delle radicali esigenze di giustizia delle classi subalterne, come del resto la stessa diffusissima espressione “ha dda veni’ Baffone”, ritenuta del tutto infondatamente vindice dei torti fatti ai lavoratori e ai poveri, novello eroe e nuova versione di Robin Hood.

Su questi aspetti si sono soffermati, negli anni, Alfonso Maria Di Nola, Gianfranco Spitilli e io stesso, i primi due con scritti di notevolissimo interesse. Varie forme di ofiolatria, ovvero di culto dei serpenti, sono presenti anche in Calabria, dove, come attesta Raffaele Lombardi Satriani nella sua opera sulle Credenze popolari calabresi (stampata per la prima volta nel 1951 da De Simone e successivamente riedita a mia cura e con mia introduzione, prima presso l’editrice Peloritana di Messina, 1969, infine presso l’editore Falzea di Reggio Calabria, 1997).

In questa regione le feste primaverili vengono inaugurate da quella della Madonna di Portosalvo (martedì di Pentecoste) che ha avuto negli anni una notevole costanza anche per la sede principale di questo culto, l’omonima chiesa, che appartiene da secoli alla mia famiglia che è zelatrice del suo culto, assieme ai protagonisti di questo piccolo centro del vibonese.

La Madonna di Portosalvo è venerata anche a Parghelia, dove la festa si svolge nella seconda domenica di agosto; il culto riguarda anzitutto i marinai, molto numerosi in questo centro che li ha visti attivi operatori nel commercio con altri Paesi del Mediterraneo e quindi particolarmente bisognosi di una protezione specifica rispetto alle insidie del mare; i numerosi ex-voto rappresentanti scene di intervento miracoloso nel salvataggio da tempeste, naufragi et similia, appesi ai muri del Santuario, appunto, della Madonna di Portosalvo, lo documentano ulteriormente.

A San Costantino di Briatico, sempre nel vibonese, vengono festeggiati, nel mese di agosto, santi protettori (San Costantino, San Nicola) e madonne venerate con una specifica denominazione (Madonna di Costantinopoli, la cui ricorrenza calendariale cadrebbe nei mesi autunnali e invernali che impediscono, per ragioni metereologiche, i festeggiamenti all’aperto, particolarmente propizi allo svolgersi di essi, tenendo conto anche della fase stagionale di sospensione dei relativi lavori agricoli.

Per la provincia di Crotone, mi limiterò a ricordare i pellegrinaggi alla Madonna di Capocolonna, alla Madonna dell’Itria (Cirò Marina), al Santuario “Ecce homo” (Mesoraca), al Santuario della Santa Spina (Petilia Policastro).

Nè possono essere taciuti, per i rituali festivi calabresi, i pellegrinaggi, così intensi per il numero dei partecipanti e forza di adesione, alla Madonna del Pilerio (Cosenza), a San Francesco di Paola (Paola e numerosi altri centri), a Santa Maria della Sambucina, venerata nell’omonima Abbazia (Luzzi), a Maria Santissima del Pettoruto (San Sosti), a Santa Maria della Grotta (Praia a Mare), a Santa Maria Achiropita (Rossano Calabro) per la provincia di Cosenza; alla Madonna di Polsi (San Luca, Reggio Calabria), alla Madonna della Catena (Cassano allo Ionio, Dinami), alla Madonna della Consolazione (Reggio Calabria), per la provincia di Reggio Calabria.

Come non accennare alla ricchezza dell’antropologia delle feste popolari in Calabria con gli studi, ad esempio, di O. Cavalcanti, F. Faeta, V. Teti, per citarne solo pochi. L’esemplificazione potrebbe continuare a lungo, ma si supererebbero di molto i limiti necessariamente autoassegnati a questo scritto. Val la pena, piuttosto, domandarsi perché tanta saldezza di forme religiose, che affondano le loro radici quasi sempre in epoche molto lontane?

Sinteticamente, proprio perché si tratta di riti che festeggiano un significativo passaggio stagionale, in particolare l’arrivo della primavera. Nelle civiltà cerealicole, quale la nostra, il seme sepolto alla fine dell’autunno, si pone nel grembo della terra, ove germoglia, nel periodo invernale, per erompere poi all’inizio della primavera, presagio di vita e della sua, anche se oggettivamente illusoria, vittoria sulla morte.

Ancora una volta contro le insidie del tempo, contro le sue minacce alla vita dei singoli e delle comunità, la festa offre un rassicurante quadro di protezione, in modo che si possa continuare a pensare alla propria esistenza come immortale e come una possibilità simbolica di infliggere alla «Nemica» un perdurante scacco.

Alla fine sarà questa a vincere, ma fa bene pensare che possa non essere così. Le feste ce lo ripetono; noi con le feste ce lo continuiamo a ripetere.