La follia geniale del Carnevale di Ovodda

img

A Ovodda nei tre giorni canonici del Carnevale (domenica, lunedì e martedì) i festeggiamenti si svolgono in una pacata vivacità espressa con limitati mascheramenti di gruppi di giovani che si muovono fra bar, strade e per case di amici e parenti.

Negli ultimi anni stiamo registrando in Italia un continuo intensificarsi del “turismo etnico”; feste, sagre, rievocazioni folkloriche e storiche, rituali religiosi, feste patronali, eventi etno-gastronomici e carnevali hanno assunto grande interesse nel pubblico, tanto da far diffondere il fenomeno di osservazione diretta di viaggiatori esterni alle manifestazioni di folklore locale.

Il “turismo etnico” è soprattutto “partecipativo”; lo spettatore desidera essere agente attivo dell’evento, mediante modalità varie di coinvolgimento diretto e indiretto, a cui si prestano le politiche dell’accoglienza da parte di amministrazioni locali, pro loco e agenzie turistiche.

Anche in Sardegna da anni si incentiva tale dimensione perché efficace motore di economia. Sono sorte nuove maschere o si sono recuperati espressioni e personaggi carnevaleschi dismessi o citati in lontane fonti storiche, oppure talvolta si reinventano manifestazioni che assumono subito un carattere identitario delle specifiche località.

I diffusi raduni di maschere carnevalesche mettono in scena questi tratti di appartenenza comunitaria. La stessa Regione finanzia a pioggia tali fenomeni perché diventano un’effettiva attrazione di forestieri. Pertanto agli storici carnevali rimasti attivi nell’isola, Mamoiada, Ottana, Orotelli, Fonni, Bosa e Ovodda, oggi se ne sono aggiunti numerosi altri.

Il Carnasciale del grottesco

A Ovodda nei tre giorni canonici del Carnevale (domenica, lunedì e martedì) i festeggiamenti si svolgono in una pacata vivacità espressa con limitati mascheramenti di gruppi di giovani che si muovono fra bar, strade e per case di amici e parenti.

Chiunque si rechi il mercoledì delle Ceneri a Ovodda, piccolo centro nella Barbagia di Ollolai in Sardegna, si trova immerso in un mondo “altro”, ha la sensazione di aver sperimentato una sorta di macchina del tempo che lo trasporta in una dimensione carnevalesca medievale o rinascimentale.

Mentre in altre parti dell’isola col martedì grasso si esaurisce il tempo della festa e delle baldorie, a Ovodda giunge in appendice il giorno della follia collettiva. Il forestiero è innanzitutto obbligato a lasciarsi tingere il viso di nero mediante la fuliggine di spesse cortecce di sughero1.

Una settimana prima alcuni volenterosi si dedicano alla costruzione del gigantesco fantoccio di Don Conte Forru, personaggio centrale del carnevale, destinato al dileggio e alla messa a morte finale. A Ovodda nei tre giorni canonici del Carnevale (domenica, lunedì e martedì) i festeggiamenti si svolgono in una pacata vivacità espressa con limitati mascheramenti di gruppi di giovani che si muovono fra bar, strade e per case di amici e parenti, con zeppolate pubbliche e soprattutto con veglioni da ballo serali molto partecipati, nei quali i balli tradizionali locali si intrecciano con i “balli civili” (in genere ballo liscio) e suonate di organetto dal vivo. Tutti gli ovoddesi, però, aspettano con trepidazione il mercoledì di carnevale.

Sin dal mattino si muovono per le strade del paese gruppi di maschere, qualcuno di questi si pongono ai vari ingressi del paese per accogliere i forestieri e compiere con essi un rito di inclusione nell’evento mediante tinteggiatura del viso e offerta di vino, gesti di accoglienza dell’ospite e di ratificazione di regole non scritte che trasformano anche i visitatori in agenti attivi della grande baldoria che si andrà a celebrare. È dal primo pomeriggio che il numero dei partecipanti alla festa cresce rapidamente.

Tutto il paese si riempie di persone variamente mascherate: gran parte degli ovoddesi sono per strada; negli ultimi anni è cresciuta anche la presenza di esterni, sia di isolani giunti dai paesi limitrofi e dalle più distanti città sarde e sia dal continente attratti dalla singolarità del carnasciale.

I caratteri più rilevanti del fenomeno consistono nella presenza, nell’auto-ostentazione, nella ricerca dello stupore, nell’affermazione dell’estrosità improvvisativa e nella costruzione di un – se pur passeggero – paese del Bengodi e di una società utopica del bel vivere.

Esserci è la prima esigenza avvertita dai locali: molti ovoddesi emigrati tornano appena possono per godersi questa giornata di sregolatezza istituzionalizzata secondo tradizione. La partecipazione alla giornata rende ciascun partecipante intinto co-protagonista dell’evento; tutti possono liberamente scegliere, attraverso il bizzarro modo di conciarsi, una propria e provvisoria identità “altra”.

Per le strade si avverte quel piacere del mostrarsi e dell’osservare l’altrui sembianza costruita per l’occasione. Una costante che è ben radicata nel carnevale ovoddese è l’antico concetto di mascheramento: un uso semplice e spontaneo di abiti poveri e di riciclo.

L’elemento importante è sbrigliare la fantasia usando “ingredienti” quotidiani e spesso di scarto: coperte, tende, vecchie divise militari, logori abiti e stracci, tute usurate da lavoro; gli oggetti di arredo domestico e lavorativo si trasformano in ridicoli e paradossali vestiari.

Non mancano i cambi di genere: donne vestiti da uomini e uomini acconciati in sgradevolissime e spesso volgari figure femminili. Presenti sono anche l’allusione e spesso l’esplicitezza del carattere erotico: seni, culi e organi genitali compaiono senza alcun pudore, ma anzi diventano appigli per lazzi improvvisati.

Il paese dei folli si connota anche di azioni sorprendenti: molti portano con sé oggetti tra i più disparati e assurdi. C’è chi trascina con funi lungo le strade vecchi divani, cessi, carcasse di televisori, carriole, parti di carrozzerie di autoveicoli, vecchi mobili; molti si portano addosso taniche di vino, pompe agricole, trespoli improvvisati con flebo o salumi appesi, attaccapanni modificati, ecc.

Meravigliare sta nella logica del raduno ovoddese degli intintos: agli umani si associano sempre animali: asini, capre, pecore, montoni, maiali, uccelli, polli e roditori in gabbia sono di compagnia alle maschere: vengono portati al guinzaglio o trasportati su improvvisati carretti o carriole, anch’essi addobbati, pitturati, rivestiti ridicolmente quali involontari protagonisti del riso irriverente.

Fantasia della povera gente, atmosfera liberatoria e simbologia della trasgressione si colgono visibilmente per le vie del paese. Il mondo alla rovescia si attua qui per un giorno mediante immaginazione creativa e fuga dalla realtà, l’assurdo sostituisce l’ordine costituito e a portare questo nuovo state di cose sono larve dal viso nero che sembrano provenire dal mondo dei morti per sancire la vittoria di una vita libera.

Il tutto condito da un’altra inclinazione collettiva: l’allegria socievole. Si vive un clima positivo di fratellanza e condivisione del piacere esistenziale: tutti si relazionano con gli altri, non importa il conoscersi, l’importante è, invece, esserci e far parte della comunità dei folli.

Saluti, scambi di complimenti, foto collettive, balli insieme e soprattutto il fraternizzare col vino. Il vino assume quel rilevante ruolo di crisma sacro che lega gli intintos e che dona a tutti l’euforica ebbrezza di una società di eguali, di benessere collettivo, di un carpe diem di utopica, provvisoria e condivisa felicità esistenziale.

Proprio la condivisione dei piaceri dei sensi e della psiche (il bere. il mangiare, la musica, il ballo, il divertimento, l’irregolarità fatta realtà) diventa a Ovodda per un giorno la funzione primaria dell’esistenza. E il male del vivere? Esso è riposto e personificato in Don Conte, questo pupazzo portato su un carretto su e giù per il corso principale e per qualche via traversa viene continuamente offeso, dileggiato e sarcasticamente apostrofato con grida, finte minacce e colpi di bastoni e oggetti vari.

Quasi sempre viene rappresentato, oltre che orrendo nelle sue sembianze gigantesche, dotato anche di un enorme fallo e spesso un suo braccio è mobile e viene azionato impudicamente da un marchingegno retrostante.

Finché al tramonto, nella piazzetta centrale, s’inscena un informale processo in cui il personaggio simbolo del potere dispotico viene accusato di tutti i mali individuali e collettivi nel clamore di grida e continue invettive; poi, condannato a morte, gli viene dato fuoco e così bruciante viene condotto di corsa lungo il corso nella sua parte estrema in basso dove viene fatto precipitare da un ponte nel torrente sottostante.

Il sacrificio del male è così compiuto nell’euforia generale e nella rappresentazione di un collettivo atto di giustizia. Con l’avanzare della sera la festa pian piano si dilegua, alla spicciolata gli ovoddesi tornano dopo qualche ulteriore bevuta alle loro case e si commenta la giornata nelle famiglie e tra parenti e conoscenti.