Le origini mitiche del flauto di Pan o Siringa

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Nelle Metamorfosi, Ovidio riferisce che Pan divinità dell’Olimpo greco era un fauno potente e selvaggio dalle zampe caprine, il busto e il volto umano, e sulla testa robuste corna. La tradizione mitica vuole che il fauno si sia innamorato della bellissima ninfa Siringa che, però, non ricambiava l’amore, a causa dell’aspetto turpe del pretendente.

Per sottrarsi alle sue insistenti profferte, Siringa si gettò in un fiume e il dio poté abbracciare soltanto le canne che ricoprivano la ninfa. Quindi Pan tagliò le canne e le legò assieme, realizzando così un flauto che gli ricordava l’amata. Da questo avvenimento della tradizione mitica deriverebbe il flauto che viene si chiamato flauto di Pan o Siringa.

Benché l’origine di questo strumento pare sia ben anteriore al mito della tradizione greca – per esempio, stando a quanto sostiene Walter Maioli risalirebbe alla preistoria –, in tutti i casi, il flauto spiega, di fatto, il nome e il relativo uso.

Infatti, Pan è il dio delle selve e il suo flauto era largamente utilizzato sia dai cacciatori che dai pastori, come narrano Virgilio e Porfirio rispettivamente nelle Bucoliche e nel De Abstinentia. A tale riguardo, la tradizione fornisce un importante indizio sulla materia della quale lo strumento è realizzato. Non è costruito con canne di bambù, come comunemente si crede, ma di canna comune (Arundo donax).

Inoltre, è interessante cogliere che lo strumento sia stato realizzato, secondo la leggenda, dallo stesso Pan che, come si è già accennato, è un dio selvaggio, ovvero una qualità negativa per il razionalismo greco che collocava come elementi anch’essi irrazionali Dioniso, Priapo e Pan (non a caso secondo i glottologi da Pan deriverebbe la nozione di «panico»); in tale collocazione irrazionale, infatti, viene rappresenta la sensualità, il piacere, l’irrazionale; pertanto, in quanto tale, il suo flauto viene misconosciuto dalla storia colta, ufficiale, delle classi egemoni. Platone lo bandisce dalla sua città ideale (vista anche la sua origine orientale); tuttavia il flauto di Pan sopravvive nell’altra musica, quella delle cosiddette classi subalterne o popolari, che non si pongono problemi teorici e fanno musica per il puro piacere di farla. 

Dopo la «ribalta» datagli dai miti greco-romani, il flauto ripiomba nella storia sotterranea della cultura popolare, scompare dal bacino greco-romano che ne narra l’origine per riavere notorietà in un luogo ben localizzato, la Brianza, a cavallo fra il vecchio millennio e quello nuovo.

 

Il firlinfeu o fregamüsun:

la parabola lombarda a cavallo

fra i due millenni

Per conoscere a fondo la storia del flauto di Pan in terra lombarda si deve ricorrere al lavoro, apparso nel 1992, di Giorgio Foti: Il flauto di Pan in Brianza e nel lecchese. Degno allievo di Roberto Leydi, egli ha compiuto un lavoro di ricerca davvero egregio e il testo costituisce ancor oggi il necessario punto di riferimento per chi studia questo strumento. Come si è già accennato, viene sostanzialmente impiegato nell’ambito della musica non colta fino a riapparire attorno al XVII sec. in terra lombarda, specialmente nell’aria brianzola. Come è noto, la Brianza è una terra dove ci sono molti corsi d’acqua e dove cresce spontanea l’Arundo donax; in questa zona veniva e viene ancora chiamato firlinfeu o fregamüsun. Si tratta di sostantivi dall’etimo complesso che sicuramente i glottologi saranno in grado di sciogliere. In tutti i casi il termine Fregamüsun potrebbe significare «strofinato sul muso». Inoltre, risulta interessante il fatto che il mito di Pan sembra racchiudere il destino dello stesso flauto stesso; alle soglie del ‘900, infatti, a realizzare lo strumento sono proprio i contadini e pastori che trascorrono la loro vita a lavorare nei campi; in pratica essi abitano nelle cascine brianzole; come da sempre è avvenuto essi per passatempo raccolgono canne per realizzare flauti e pifferi e così sonarli mentre curano gli animali al pascolo o, nelle stalle, nelle pause dai lavori. 

All’inizio del Novecento, questi appassionati cominciano ad «ufficializzarsi», così come è avvenuto per le bande musicali nelle quali si usano strumenti d’ottone; si verifica così che da una fase informale proprio del suono in cascina, si giunse ad una vera e propria organizzazione di gruppi strutturati con diverse tipologie strumentali del flauto di Pan. Si tratta di una stagione di grande fioritura collocabile nella prima metà del ‘900, che vedrà questi gruppi crescere di numero ed acquisire blasonature e riconoscimenti a livello prima locale, poi nazionale ed infine internazionale. Compaiono costruttori specialisti: Camillo Brambilla, Giovanni Vertemati, Pierino Sala, Francesco Milanesi i primi; seguiti nel secondo dopoguerra da Angelo Sirico e Vittorio Pozzi. Affacciatosi solo recentissimamente all’attività di costruttore, si segnala l’eccellente lavoro svolto oggi da Alfredo Benvenuti, i cui flauti di Pan spiccano per eccellenza di intonazione e per un suono limpido e dall’enorme potenziale espressivo.

Lo strumento stesso andò trasformandosi secondo le esigenze dei tempi: acquisì un numero variabile di ottave e un’intonazione secondo una scala musicale (spesso, ma non sempre, il Sib maggiore). Per quanto riguarda i gruppi, la loro crescita perdurò fino alle soglie degli anni ‘60, per poi subire una battuta d’arresto. Molti di essi non riuscirono a rinnovarsi, vista la mancanza di nuove leve. Già nel ’92, il professor Foti dedicava il suo libro alle «culture che stanno scomparendo», ben intuendo il destino del fregamüsun. A quasi trent’anni di distanza, la situazione è ulteriormente peggiorata. Sono ben pochi i gruppi rimasti in attività, una perdita probabilmente irreversibile. Il problema è sempre la mancanza di interesse da parte delle giovani generazioni. Possiamo solo ipotizzarne il motivo. Innanzitutto, in Lombardia il folklore (pur con qualche eccezione) è meno sentito che al sud. La Brianza poi, terra di boom economico, non ha saputo mantenere salde le sue radici culturali. La musica, come la parlata locale del resto, è una lingua: sopravvive finché è necessario parlarla. E una cultura vive fintanto che se ne avverte la necessità. I giovani brianzoli, di origine o di recente adozione, sembrano non essere interessati a «ciò che c’era prima», ossia alla propria cultura d’origine. Con qualche mosca bianca, siamo esempi il collega Matteo Castelli ed io stesso. Abitanti alle due estremità della medesima via Baracca che congiunge le frazioni di Mirabello e Vighizzolo di Cantù, quasi coetanei, io cominciai a militare nel gruppo di Vighizzolo di Cantù mentre lui nel gruppo di Cantù (a testimonianza di quanto fosse viva questa cultura musicale: Cantù era l’unico comune a vantare all’interno del suo territorio due gruppi distinti e separati). Entrambi abbiamo mosso i primi passi in un gruppo folkloristico, entrambi abbiamo poi approfondito ed intrapreso una strada all’insegna delle sette note. Attualmente, infatti, se io sono diventato un cantautore, il maestro Castelli ha un diploma in conservatorio, è un affermato direttore d’orchestra e compositore. Questo la dice lunga per altro sul potenziale, anche qualitativo, che questi gruppi (sic) avevano.

 

I Brianzoli di Ponte Lambro:

la Brianza nel mondo

Si deve quindi rilevare che qualche gruppo ancora «ci crede». Una menzione speciale in tal senso meritano i Brianzoli di Ponte Lambro. Guidati dal presidente Giancarlo Castagna, essi fanno della sopravvivenza del fregamüsun una missione.

Non è fine a sé stessa, a dire il vero, visto il particolare successo che ancora il gruppo riscuote ovunque si esibisca. Non mancano, infatti, anche i riconoscimenti internazionali: il Nuovo millennio si è aperto con il primo premio al festival internazionale di Winnipeg, in Canada.

Nel 2017, il gruppo ha partecipato agli Sharjah Heritage Days (Emirati Arabi Uniti) ottenendo riconoscimenti di altissimo livello, fra cui una copertina della rivista locale ed un colloquio privato con il presidente del festival, Dr Abdulaziz Al Musallam. 

Guidati dal loro giovane e volenteroso maestro, i Brianzoli non si rassegnano alla sinistra profezia, davvero attuale, di Plutarco: «Pan è morto!». Se i giovani sapranno farsi catturare dall’amore per la loro cultura, che come tutti gli amori richiede impegno, ma in cambio dà grandi soddisfazioni, vi sarà ancora la possibilità che quella stessa cultura non scompaia del tutto. Per concludere con un buon augurio, a questo punto, si può citare Spinoza: «Tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare».