Le rose, il lutto, la luce

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«Son tornate a fiorire le rose …», si cantava negli anni Sessanta del secolo scorso e il verso è divenuto anche titolo di un film di Vittorio Sindoni (1975): e con lo schiudersi della primavera tornano a fiorire tutti gli altri fiori e con i fiori tutta la natura, che torna a rivivere con i suoi tepori, colori e sapori. «Primavera d’intorno./ Brilla nell’aria/e per li campi esulta,/si’ ch’a mirarla intenerisce il core/odi greggi belar, muggire armenti/e gli altri augelli contenti/a gara insieme,/per lo libero ciel/fan mille giri,/pur festeggiando il lor tempo migliore», nella splendida evocazione leopardiana.

È la primavera uno spazio-tempo, di radicale rinnovamento. In esso si svolgono – e ne costituiscono momento centrale – i rituali pasquali, rammemorazione di Chi ha sofferto per amore dell’uomo la morte e risorgendo da essa ha riscattato l’Uomo dal suo originario peccato.

Il ragazzo, che io ero negli anni Cinquanta, ricorda come al suono festoso delle campane che si «scioglievano» a Mezzogiorno del Sabato santo secondo la liturgia del tempo, suo zio Nicola – con il quale viveva nella sua casa di San Costantino di Briatico, resa sempre più deserta, per la scomparsa di figure adorate – si fosse inginocchiato nel lungo viale del giardino attiguo alla casa per segnarsi devotamente e poi abbracciare il caro nipote. Ricorda pure, il ragazzo, di come la sera del Giovedì Santo fosse uscito con lo zio per andare a visitare il Sepolcro, adornato con i piatti di grano fatto germogliare al buio («i giardini di Adone») e come la Sera del Venerdì avesse ascoltato il canto dei fedeli che giungevano da Potenzoni, frazione vicina al suo paese, avanzando nel buio illuminato dai ceri cantando lamentazioni per il Cristo morto. Con la sorella Concettina, il ragazzo avrebbe portato i damaschi conservati nella propria casa per preparare la «varetta», la barella nella quale sarebbe stato adagiato il corpo di Cristo morto, per essere portato devotamente in processione.

Ricordi di un’epoca ormai lontana nel tempo, ma che pure riaffiorano, restituendo in pieno il calore e il sapore di allora.

Lo studioso, come sarebbe diventato il ragazzo di allora, sul finire degli anni Sessanta, neodocente di Storia delle tradizioni popolari nell’Università di Messina, avviò, con un esiguo finanziamento CNR, un’ampia ricerca su «La settimana Santa in Calabria e in Sicilia». Organizzò quindi un’ampia équipe della quale chiamò a far parte, fra gli altri, Francesco Faeta, che aveva avuto modo di apprezzare per il suo rigoroso impegno nel settore dell’etnografia visiva. Convennero che avrebbe ripreso il rituale della Settimana Santa a Caulonia, con il Caracolo (figura che va a comporre la processione del Venerdì santo, giungendo nella piazza del piccolo centro reggino). Coinvolse nell’équipe, con Faeta, Vittorugo Contino e altri ottimi fotografi e ricercatori; a queste ricerche partecipò con entusiasmo Marina Malabotti, compagna di vita e di lavoro di Francesco Faeta, suo amorevole maestro nell’arte fotografica. L’ampia documentazione fotografica così acquisita è attualmente depositata nell’Archivio del Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari.

Avrebbe scritto, nel tempo, del passaggio dall’inverno alla primavera, del sovrapporsi della vicenda del Cristo che muore e risorge alla vicenda precristiana del rapimento di Demetra e del dolore della madre per la prigionia della figlia negli inferi. E avrebbe sottolineato, anche, essere il tempo della Pasqua una forma di renovatio temporis, per far rifluire nuova linfa nel tempo, evitando così il suo precipitare nel nulla. Ma il ragazzo di allora, quale era negli anni Cinquanta, queste cose non le sapeva, né poteva saperle.

È l’adulto che avrebbe scritto poi, assieme a Mariano Meligrana, suo compagno per decenni di studi e di pensieri, Il ponte di San Giacomo, nel quale si sarebbero soffermati anche sui rituali di Pasqua come uno dei momenti più significativi della filosofia popolare della morte nel Sud d’Italia, secondo quanto in parte recitava il sottotitolo della loro opera. Da esso saranno riprese le modalità folkloriche pasquali qui riportate.

A Randazzo, in Sicilia, al momento dello «scioglimento» delle campane, a Pasqua, si usa bruciare dell’incenso, per cacciare la «brutta bestia», cioè il demonio. Per lo stesso scopo tutti si danno da fare, per produrre rumori, ripetendo questo scongiuro: «Nesci fitenti, ca trasi Diu onnipotenti» (esci fetente, perché entri Dio onnipotente). A Parghelia, sono agli anni Sessanta – e gli Autori conoscevano l’usanza per esperienza diretta – alcune donne solevano, durante il Gloria, allo scioglimento pasquale delle campane, battere le palme della mano sugli armadi per scacciare spiriti e demoni.

A Prizzi, in Sicilia, durante la «Quaresima un gruppo di giovani sfila per le vie del paese, recitando un mimo mascherato, che vede i partecipanti coperti da sacchi neri e da orrende maschere. Sono i diavoli e hanno in mezzo a loro la morte, nascosta sotto una maschera, dove la fantasia popolare sbizzarrisce l’antico mito della paura e della tragedia in forme grottesche. Armata di balestra la morte prende di mira i passanti, che colpito viene afferrato dai diavoli e portato di peso in una taverna dove pagherà da bere a tutta la compagnia, fra lo scherno degli astanti. I diavoli, stanchi e trafelati, afflosciati dal vino, vengono via via sostituiti da altri animosi e la scena […] continua animatissima di strada in strada, sino all’apparire della Madonna […]. Un angelo lega diavoli e morte e li trascina al cospetto di Maria; qui vengono tolte le maschere e un’offerta in denaro a Santa Anna mette fine al frenetico Abballu» (G. Candura, Val di Mazara e Capo San Vito, in L.M. Lombardi Satriani (a cura di), in Santi, streghe e diavoli, Firenze, Sansone, 1971). Il rito è tuttora presente nella vita culturale della comunità, come hanno avuto modo di constatare direttamente gli Autori nel 1970, nel corso della ricerca sulla Settimana Santa di cui si è detto e nel 1977, anno in cui è stata eseguita anche una registrazione televisiva.

Il funerale di Cristo, che commemora il suo Supremo sacrificio, rinvia a un modello penitenziale in cui confluiscono il dolore per le morti individuali e quello collettivo-religioso, confondendoli in un unicum mitico-religioso che presentifica, però, un morto reale.

Nei rituali della Settimana Santa, la categoria che sembra orientare l’intenzionalità cerimoniale è la commemorazione. Dal Giovedì Santo alla domenica di Pasqua, il paese tradizionale si carica di un lutto collettivo e instaura, secondo l’articolata liturgia ecclesiastica, una strategia del cordoglio che ha, come nucleo speciale di riferimento, la chiesa. Questa svolge una funzione analoga a quella che nel lutto “privato” svolge la casa. A livello popolare, mai come in questo caso, acquista un significato quasi letterale l’espressione ecclesiastica della chiesa come «casa di Dio».

La chiesa, investita dalla morte di Cristo, assume tutta la dolente domesticità della casa; anche in essa si articolano precise azioni rituali, atte a porre il morto in una momentanea e funzionale centralità e a consentire un trascendimento della crisi suscitata dalla perdita della persona cara.

Sono ritualmente sospesi i simboli della vita: il tabernacolo si vuota; le lampade ad olio si spengono; alcuni oggetti sacri (il crocefisso) vengono ricoperti e la chiesa addobbata; le campane non vengono più suonate e il suono sostituito da uno strumento che dà un suono cupo e gracidante, detto in alcuni paesi (Parghelia, Briatico), «troccola».

In numerosi centri meridionali, nella Settimana Santa si svolgono le processioni dei Misteri. Nuclei di fedeli por - tano in giro processionalmente grup - pi di statue rappresentanti momenti e situazioni della Passione e Morte di Cristo. A Caltanissetta – secondo quan - to verificato direttamente nel 1980 – nella seconda metà del pomeriggio di Giovedì Santo, giungono nella piazza del Duomo i giganteschi Misteri che si dispongono in circolo. Da lì essi par - tiranno seguiti da una moltitudine di fedeli, per un lungo giro processionale, che attraverserà le vie della città per tutta la sera e la notte, con numerose soste, durante le quali i portatori dei Misteri vanno a mangiare e a bere nel - le osterie.

«La processione dei ‘misteri’ di Trapa - ni si svolge dal venerdì sera alle pri - me ore del sabato e sostanzialmente, per una ragione o per l’altra, impegna tutta la città. La sfilata dei gruppi, an - nunziata da squilli di tromba e rullo di tamburi, è aperta dalla Confraternita di S. Michele, in tunica rossa e cappuc - cio bianco. Seguono venti vare: diciotto ‘misteri’ veri e propri, l’urna del Cri - sto morto e la statua dell’Addolorata. Accompagnati dai rappresentanti del ceto cui appartengono, in abito nero e portati a spalla, i Misteri si succedono secondo un ordine che rispetta la se - quenza narrativa della Passione: [dalla separazione e la lavanda dei piedi, sino al trasporto al sepolcro]. […] Anche se di dimensioni più ridotte, non meno suggestive sono altre processioni di ‘misteri’ che si svolgono nell’area pa - lermitana: Polizzi, Prizzi, Petralia, Ci - minna. In quest’ultimo centro la pro - cessione si tiene nella mattinata del Ve - nerdì. Il primo mistero raffigura Gesù nell’orto di Getsemani ed è preceduto da ragazzi con tròccoli e uno stendardo nero, seguono, disposti su due file, gli appartenenti a una confraternita, con il capo coronato di spine; quindi gli altri ‘misteri’: La flagellazione; L’incoronazione di spine; La caduta sotto la croce; La crocifissione; Un’urna di legno vuota raffigurante il sepolcro di Cristo e infine La pietà» (A. Buttitta, Pasqua in Sicilia in A. Buttitta – M. Minnella, Pasqua in Sicilia, Palermo, Grafindustria, 1978).

È da sottolineare come in questi misteri il sangue costituisca uno degli elementi più vistosi e ricorrenti; si tratti della flagellazione o dell’esposizione di Cristo piagato alla folla (l’Ecce Homo); dell’ascesa al Calvario o della ferita al costato, l’immagine che viene riproposta all’adorazione è quella del corpo del Salvatore, il cui sacrificio è tradotto in questi segni di sangue.

Né può essere taciuta, pur nella rapidità di questa rassegna, la processione delle «Perdùne» di Taranto, rituale complesso che prevede nella serata finale del Venerdì Santo l’uscita dalla Chiesa del Carmine della processione dei misteri della statua dell’Addolorata, sorretta dai Confratelli totalmente ricoperti dalla tunica bianca rituale e con in mano i segni della Passione, con il cappuccio forato all’altezza degli occhi, scalzi, che muovono a passetti infinitesimali, dondolando ritmicamente le spalle, in un movimento detto «nazzecata» (che richiama alla mente il dondolio di una culla, «naca»), ritornando l’indomani mattina intorno alle 7 alla Chiesa del Carmine dopo un percorso di circa un km. Il tutto – come constatato direttamente durante una rilevazione nei primi anni Duemila – si svolge in un’atmosfera di grande raccoglimento e di intensa compartecipazione.

Non si tratta soltanto di rappresentazioni commemorative. Attraverso la suggestione della teatralizzazione, con tutte le sue implicazioni sacrali, è come se in quel momento il sacrificio divino si compisse, è come se il sangue di Cristo venisse in quel momento versato per la rigenerazione della comunità. Già Mircea Eliade ha notato: «la Passione di Cristo, la sua morte e resurrezione, non sono soltanto commemorate durante la Settimana Santa, avvengono realmente allora sotto gli occhi dei fedeli. E un vero cristiano deve sentirsi contemporaneo di tali eventi trans-istorici, poiché il tempo teofanico, ripetendosi, gli diviene presente» (M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, rist. Torino, 1957). In numerosi altri paesi meridionali, la commemorazione-presentificazione della morte di Cristo si svolge attraverso la rappresentazione, teatrale appunto, della Passione: ad esempio a San Pietro Apostolo, in Calabria, dove occupa l’intero arco di una giornata. La mattina, nella piazza del paese, degli attori dilettanti recitano su un palco i momenti essenziali della Passione, dinanzi a un pubblico di spettatori, seduti su file di sedie che occupano l’intera piazza di cui viene riconfermato così, il carattere di specifico luogo teatrale popolare. Nelle prime ore del pomeriggio si svolge processionalmente l’ascesa al Calvario, una collina nei pressi dell’abitato dove avverrà la crocefissione. Non vi è, quindi, una reale soluzione di continuità tra rappresentazione teatrale e dimensione liturgica; rappresentazione teatrale e processione si pongono come due momenti di una rappresentazione rituale in cui gli spettatori sono anch’essi protagonisti del rito.

Non possono essere ignorati la processione dei battenti di Nocera Tirinese e di Verbicaro che la mattina di Sabato Santo e la notte di Venerdì percorrono le vie dei rispettivi paesi, percuotendosi ripetutamente le gambe e il petto con il cardo o cardidd (pezzo di sughero nel quale sono stati fissati con la cera 33 spilli o pezzenti di vetro), segnando con il proprio sangue le vie del paese e le porte delle case di parenti e amici perché siano risparmiate dall’Angelo sterminatore e offrendo così simbolicamente la propria vita (rappresentata dal sangue) perché sia garantita alla comunità un ricco raccolto di uva e conseguentemente di vino (equiparazione esplicita tra sangue e vino, come il vino nell’Ultima cena diventa, attraverso le parole fondanti del Cristo, sangue, alimento di vita eterna).

Infine, Resurrexit, il Cristo risorge e con la Sua Resurrezione riscatta l’uomo dalla morte, costituita dal peccato, e gli assicura così la vera vita, quella eterna. Il tutto viene teatralmente rappresentato nelle Affruntate, di Vibo Valentia, Briatico, Dasà, Filogaso, Maierato e altri centri nelle quali si rappresenta l’incontro tra l’Addolorata e il Cristo Risorto, mediato per tre volte dall’apostolo Giovanni che porta la buona novella alla Madre, dapprima incredula. La terza volta, nel momento dell’incontro, alla Madonna viene fatto cadere il manto nero che la chiudeva nel suo duro dolore per presentarla nel suo tripudio celeste, mentre delle colombe si librano in cielo. Così nella intensa e rinnovata commozione degli spettatori-fedeli, compreso il ragazzo di cui si è detto all’inizio e l’adulto successivamente divenuto.

Non si tratta di modalità scomparse ormai in un tempo più o meno remoto; esse sono ancora presenti nella cultura popolare dei nostri paesi, né sembra facilmente prevedibile la loro rapida scomparsa, ché dicono l’eterna speranza dell’uomo di non morire con ciò che muore, ma di poter continuamente vivere e rivivere: «son tornate a fiorire le rose…».