Linguaggi della maschera

img

Tutti i carnevali presentano tratti comuni sui quali è opportuno soffermarsi.

L’universo festivo invernale è dominato da complessi e variegati rituali carnevaleschi, che cadenzano tempi e spazi di città e piccoli centri nei quali i diversi componenti della comunità si ritrovano nella celebrazione di una festa, che ha, insieme, carattere fondante e identitario.

Ovviamente, il carnevale occupa spazi notevolissimi in ogni regione d’Italia, ma in questo scritto mi riferirò principalmente alle regioni meridionali e alle isole, oggetto del mio pluridecennale impegno di ricerca. Ho assistito a molte di queste feste e ho tentato di approfondire i loro significati in diversi lavori cui mi sia consentito rinviare.

Mi limiterò a ricordare, di esse, soltanto quelle di tre regioni: Calabria, Campania, Sardegna. Per la Calabria, citerò i Carnevali di Alessandria del Carretto (CS), Amantea (CS), Castrovillari (CS), Maida (VV), San Nicola da Crissa (VV); per la Campania, Montemarano e gli altri, del resto noti, carnevali irpini, Sanfratello (con i suoi “Giudei”); per la Sardegna, Alghero, Arzachena, Barumini, Bitti, Bosa, Carloforte, Dorgali, Ghilarza, Iglesias, Macomer, Mamoiada (con le sue famose maschere, Mamuthones e Issohadores); Nuoro, Oristano (con la sua corsa equestre, la “Sartiglia”), Orotelli, Sant’Antioco, Santu Lussurgiu, Tempio, Teulada.

Su di essi si è addensata una vastissima letteratura demologica: ricorderò per la Calabria gli studi di Vincenzo Padula, Raffaele Corso, Raffaele Lombardi Satriani, Ottavio Cavalcanti, Francesco Faeta, Vito Teti, Mariano Meligrana e me stesso; per la Campania quelli di Diego Carpitella, Annabella Rossi e Roberto De Simone, Lello Mazzacane, Gianfranca Ranisio; per la Sardegna quelli di Mario Atzori e Maria Margherita Satta.

Questi carnevali e tutti gli altri che qui non citerò per ragioni di spazio, presentano tratti comuni sui quali è opportuno soffermarsi. Anzitutto, la trasgressione delle norme che regolano la vita associata in nome di una anarchia che viene contrapposta all’ordine e alla sobrietà della “normale” vita quotidiana: la trasgressione della morigeratezza linguistica e alimentare, che vengono negate dal linguaggio “basso” (come ci ha insegnato Bachtin) e dall’orgia alimentare che può portare all’eccesso dell’obesità e della mostruosità: i carri che sfilano nei giorni di Carnevale per le vie dei centri rappresentano plasticamente e teatralmente il trionfo di tale eccesso.

Si pensi, a mero titolo esemplificativo, al carnevale di Viareggio e a quello di Putignano (organizzato periodicamente con rigore e passione da Giuseppe Genco, Pietro Sisto, Piero Totaro, dell’Università di Bari) che mette in scena anche, in una società sessuofobica e ufficialmente pudica, l’esaltazione delle corna e dei cornuti. Altro tratto comune è l’uso della maschera intorno alla quale molto si è detto, con riferimento alle ragioni storico-antropologiche del suo nascere, delle funzioni culturali cui essa verosimilmente assolve.

Né possiamo non tener conto che tali funzioni sono notevolmente cambiate nel tempo, posto che la festa ha perso «la sua sacralità di rigenerazione e rinnovamento. Non annuncia più nessuna rinascita. Non offre il tempo della redenzione della letizia, ma, al contrario, riproduce amplificata tutta l’irriducibile miseria della “vita orrida vera” (Svevo)» (Matteo Palumbo).

Una delle funzioni culturali più elementari è certamente quella del celare, del nascondimento del volto, come potenzialità dell’Io di essere provvisoriamente altro pur essendo identico a sé stesso. La maschera, dunque, nella sua apparente fissità e nel mutismo che le viene attribuito, è estremamente eloquente e articola il suo discorso su una molteplicità di piani e di linguaggi; filosofi, artisti, narratori, poeti, studiosi delle diverse discipline dell’uomo sono rimasti affascinati da queste infinite potenzialità della maschera, dalla sua mutevolezza, dalla molteplicità dei linguaggi che declina nel suo snodarsi nel tempo.

È, a titolo esemplificativo, il linguaggio della supremazia della vita che vince le ragioni del coraggio, della dignità, della prosopopea, dell’appartenenza di classe, di casta e di ruolo come, con arguzia plebea, Pulcinella ripete nei numerosissimi testi a lui dedicati negli ultimi quattro secoli; in questo caso la maschera è tratto identitario per cui da secoli gli abitanti si sono e sono stati identificati con essa.

Pulcinella per i napoletani, Pantalone e Colombina per i veneziani, Arlecchino per i bergamaschi e così via. È il linguaggio delle maschere che Lorenzo Tiepolo, figlio del più noto Giambattista, ha eternato con la suggestione dell’arte; è il linguaggio dei suoni che la musica trasmette: si pensi a Igor Stravinskij che, non a caso, a Pulcinella ha dedicato una sua opera; è il linguaggio della poesia e dei suoi incantesimi: tutte le poesie d’amore della nostra letteratura sono percorse dai fremiti degli infingimenti amorosi.

È il linguaggio, infine, dei rituali carnevaleschi, rappresentazioni teatralizzate dell’ostentazione del potere e delle sua fragilità di fronte all’irrisione, allo sberleffo; è il linguaggio dei carri carnevaleschi che celebrano l’esasperazione della sessualità e pervengono alla ridicolizzazione dei suoi attributi – falli giganteschi, mammelle fellinianamente abnormi e avvolgenti, come testimoniano, con arte tradizionalmente creativa, i carri dei più noti carnevali italiani: Viareggio, Ivrea e Putignano, sicuramente il più importante di tutta l’area centro-meridionale del nostro Paese.

Chiunque abbia assistito alla sfilata dei carri di Putignano, o abbia visitato i laboratori dove questi carri vengono puntualmente costruiti-ricostruiti, ha toccato con mano, per così dire, quanta sapienza tradizionale e libera invenzione artistica vengono poste in essere per rappresentare personaggi storici o dell’attualità, che suscitano interesse e riso lanciando coriandoli al pubblico, esasperando i tratti farseschi per cui sono noti.

La loro galleria costituisce una sorta di barometro della notorietà di figure che godono di un’enorme popolarità che spesso, ahiloro, dura soltanto l’espace d’un matin. In altri carnevali personaggi in costume si esibiscono in giochi rituali che rappresentano comunque una teatralizzazione dell’alterità (Ivrea e la battaglia delle arance).

Attraverso la maschera si può pensare di celare la propria identità, assumendo momentaneamente l’identità di un altro. La dialettica che si instaura in ogni caso è tra l’io e l’altro di cui si è detto; la stessa dinamica identità-alterità che rende possibile la vita associata.

La letteratura si è soffermata su questa poliedricità dei volti e l’uno, nessuno, centomila di pirandelliana memoria non è che uno dei possibili esempi. Né possiamo dimenticare che il drammaturgo siciliano ha denominato il suo teatro Maschere nude.

La verità ha mille volti, è il teatro, spazio di verità che l’arte ricrea, non può che rappresentare l’infinita varietà di forme nelle quali si declina, sino alla follia dell’Enrico IV, prima vera, come piena immedesimazione nella maschera del personaggio rappresentato nella cavalcata in costume, poi simulata.

La problematica dei linguaggi della maschera sul piano dell’antropologica del mondo classico e su quello psicopatologico viene affrontata con lucidità e rigore nell’esemplare lavoro di Laura Faranda e dell’indimenticabile Bruno Callieri, Medusa allo specchio. Maschere e identità tra antropologia e psicopatologia.

La maschera, inoltre, si carica di significati simbolici e sacrali, esplicitando così un linguaggio che consente la comunicazione con il mondo inferico e con l’universo del divino, secondo quanto è stato accuratamente analizzato da tanti studiosi delle culture extraeuropee.

Infine la maschera parla anche un linguaggio che si insinua nella direzione diametralmente opposta a quella dei linguaggi di cui ho sin qui discorso: è il linguaggio di chi si cela per perpetrare violenza e uccisione, prepotenze di vario genere, e così via, senza poter essere identificati, guadagnando così l’impunità con il male commesso.

È, quest’ultimo, un linguaggio che ripudiamo, rispetto al quale auspichiamo la massima severità possibile e punizioni adeguate. Il convegno organizzato da Pietro Sisto e Piero Totaro nel 2016, ha portato a confrontarsi sulla tematica Maschere e linguaggi, italianisti, studiosi di altre letterature, linguisti, antropologi e sociologi della comunicazione, e altri studiosi di scienze umane, in cui ciascuno si è posto con i cultori delle altre scienze in costante tensione dialogica.

Il risultato è stato un forte momento di sintesi scientifica dello stato attuale delle conoscenze dell’universo carnevalesco e del dialogo interdisciplinare. Ognuno di noi ha cercato di formare un coro e celebrare così la bellezza, consapevoli, come siamo che se la verità ci rende liberi, è la bellezza che salverà il mondo. E di bellezza il nostro tempo, violento e tormentato, ha particolare, urgente bisogno.