Mare e feste nelle comunità costiere agrigentine

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«Essere stati è una condizione per essere», così Fernand Braudel, in una delle sue attente riflessioni, inquadra il multiforme universo socio-culturale e storico del Mediterraneo; un mare più volte inteso dal grande storico francese quale ineludibile condizione, per i popoli che vi si affacciano, per essere stati e continuare a essere nella storia. Ancora oggi il Mediterraneo viene di fatto percepito quale generatore, pervasivo e agglutinante, di un tempo mitico o agito quale spazio materiale e simbolico di conflittualità e respingimenti, in cui vecchi e nuovi esodi ritessono rotte e percorsi della memoria. Una dimensione assai peculiare che continua a stravolgere e a stravolgersi, rassicurare e atterrire, in ogni caso, a declinarsi ora sotto il segno della continuità ora del più inaspettato mutamento. Questa «mediterraneità» inquieta, polimorfica eppure capace di strutturarsi in un quadro culturalmente coerente, in Sicilia, illumina un segmento importante della cultura del mare; si tratta della costa agrigentina che, nella sua lunga durata, ha conosciuto stratificazioni storico-culturali di indiscutibile valore: tra gli altri, basti pensare ai patrimoni archeologici della Valle dei Templi o ai siti, mediaticamente meno noti, ma altrettanto rilevanti, di Realmonte, Siculiana, Eraclea Minoa, Sciacca ecc.; in tale quadro non si devono tralasciare le fortificazioni contro le incursioni turco-barbaresche e gli immagazzinamenti granari realizzati tra i secc. XV-XVII. Ugualmente importanti le miniere di zolfo e gli stabilimenti per la raffinazione in funzione tra Otto e Novecento da cui, come è noto, trasse una larga parte l’epos pirandelliano; un comparto questo gradualmente disarticolatosi a seguito di una industrializzazione che nella seconda metà del Novecento ha fagocitato interi sistemi produttivi e orizzonti culturali locali, oggi al centro di strategie di recupero turistico più o meno efficaci.

In tal senso, nel contesto siciliano della totemizzazione di alcune realtà ambientali marinare tradizionali (cfr. Buttitta I. E. 2009: 25-39), nel caso agrigentino esso sembra bene applicarsi alla celebre «Scala dei Turchi», uno dei più contraddittori santuari del «turismo territoriale integrato», più volte candidato quale sito UNESCO. Meta di estenuanti pellegrinaggi balneari, tra impressionanti erosioni costiere e resorts dall’impatto paesaggistico alienante, in realtà tale contesto prefigura assetti di sviluppo del territorio tutt’altro che rassicuranti. Seppur in mezzo a tali stridenti contraddizioni, le attività portuali e marinare, disseminate lungo il tratto costiero, invece, costituiscono realtà vive e pulsanti. Sono esito di tensioni e conflitti storicamente assai articolati; esse, nel tempo, hanno forgiato uomini e cose, saperi e pratiche protese a un estenuante confronto con il mare. In sostanza, si tratta di un confronto foriero di fatiche drammatiche quanto di tenaci radicamenti nelle credenze, nei miti, nei riti, nei Santi e nelle Madonne di quel porto, di quel mare. Le normative spesso gravose imposte dalle Capitanerie, le ristrutturazioni degli spazi preposti ai mercati ittici (cfr. Sorgi 2006), l’abbandono dei mestieri marinari tradizionali (in realtà oggi meno cospicuo) da parte delle giovani generazioni hanno di certo modificato, ma non del tutto cancellato ritmi, riti e simboli impiegati dalle comunità marinare. 

Tempi e spazi rituali di località come Licata, Porto Empedocle, Sciacca, per esempio, rivelano, di fatto, un patrimonio festivo organico e coerente con la cultura religiosa elaborata da quelle popolazioni. Pertanto, da luglio a settembre, si registrano occasioni ludico-rituali (ntinni), processioni a mare, corse, consumo collettivo del pescato ecc. rivolti a Santi e/o Madonne. Un orizzonte cerimoniale articolato che si pone oggi quale momento di riaffermazione dell’identità comunitaria locale, dal quale, tuttavia, più in profondità, sembra trasparire una dimensione del sacro in cui non stupirebbero continuità mitiche e morfologiche con religiosità marinare di ben più antico ordine ove rifondare, sul piano mitico-rituale, le attese e le speranze numinosamente riposte in un «mare in festa» (per usare una non peregrina espressione del compianto Sebastiano Tusa): recupero di un illud tempus, percepito come risposte alle alterità economiche, esistenziali e storiche che il mare stesso sovente inasprisce, attenua e incarna. A Licata, sito marittimo di importanza strategica a partire dalla Prima Guerra Punica, uno degli aspetti maggiormente indicativi della sua identità marinara è espressa dalla festa di Sant’Angelo Martire. Testimonianza del prestigio festivo di cui ha goduto e gode tuttora la cerimonia è costituita dalle pagine dedicate da Giuseppe Pitrè alle feste agrigentine in Feste patronali siciliane (1900). Tra maggio e agosto si mobilita un ricco apparato cerimoniale che si articola con la processione e la corsa dell’urna votiva portata da giovani marinai in tenuta bianca e scalzi (fig. 1); costituisce l’elemento più spettacolare della processione a mare per la benedizione delle acque. Di tale rapporto del Santo con il mare si ha memoria in un’invocazione propiziatoria che recita: «Santangilu è lu nostru prutitturi/carma lu ventu/abbunna lu mari (Sant’Angelo è il nostro protettore/calma il vento/ abbonda il mare). Fino a un non recente passato, inoltre, la festa prevedeva la presenza di fuochi accesi in prossimità del porto; pare che, nel passato, per devozione venissero incendiate anche imbarcazioni. Di particolare interesse risultano le performance dell’«albero della cuccagna» (fig. 2) e della n’tinna a mari in cui, fino a poco tempo fa, i partecipanti solevano indossare abiti vecchi a rimarcare il valore augurale-propiziatorio di tali pratiche ludico-rituali. Il porto viveva di una spiccata vocazione ittica legata alla pesca e alle attività tradizionali a essa riferibili quali la vendita di pesce in una sorta di mercato. Anticamente si svolgeva all’ingrosso sulla «Banchina Marinai d’Italia», mentre la vendita al dettaglio avveniva in piazza Sant’Angelo, oggi sede di un mercato settimanale (a fera). Tra le figure della pesca tradizionale licatese sono ancora ricordati i vastasi du travu che svolgevano il compito di facchini e di vanniatura (banditori) del pesce. Oggi il mercato ittico si svolge in modo stabile e la sua utenza è costituita da avventori del circondario. 

A Marina di Palma, la festa della Madonna delle Grazie protettrice di pescatori e artigiani si celebra l’ultima domenica di agosto. La processione prevede un iter che va dalla Chiesa fino al porticciolo dove la Madonna viene sistemata su un motopeschereccio che attraversa il piccolo tratto di costa antistante. Dopo questo percorso a mare, il fercolo viene riportato in paese dove, in passato, si svolgeva una sagra con offerte di pesce fritto in padella. Anche il rito dell’antinna a mmari, un tempo parte integrante della cerimonia, attualmente è caduto in disuso a causa della profonda crisi delle attività della pesca che ha coinvolto e quindi modificato profondamente l’assetto originario della ritualità palmese. Nonostante ciò, la festa della Madonna delle Grazie continua quale momento identitario, culturale e religioso importante per la piccola comunità marinara dell’agrigentino.

Come è ormai noto, le origini di Porto Empedocle sono citate e descritte più volte letterariamente nelle pagine di Luigi Pirandello e Andrea Camilleri, importante località portuale del territorio agrigentino. Tali origini si collocano tra i secoli XIV-XV a seguito dalla costruzione di un Caricatore (un porto di carico) adibito alle derrate granarie; in tale ricostruzione storica si deve ricordare, nella seconda metà del XVIII sec., la costruzione di un molo, ad opera del Vescovo Lorenzo Gioeni, con il quale si diede un notevole incremento ai traffici e scambi commerciali (grano e zolfo in particolare), tanto che, nel 1853, per Decreto Regio del Re di Napoli il molo divenne «Molo di Girgenti». Nel decennio successivo, la centralità ricoperta dalla nuova realtà portuale nello smistamento degli zolfi e l’accrescimento urbanistico comportarono l’affrancamento definitivo del «Molo» che, nel 1863, diventava Porto Empedocle. 

Secondo una certa storiografia locale furono i pescatori (paranzara) ad istituire a Porto Empedocle la devozione alla Madonna del Carmelo e con essa gran parte della tradizione marinara locale (cfr. Marullo 1961). Unitamente alla Settimana Santa e San Calogero (5-8 settembre) la festa della Madonna del Carmine (terza domenica di luglio) rappresenta l’evento festivo più partecipato dalla comunità empedoclina. La cerimonia prevede il giro del fercolo per le vie del paese (fig. 3); insieme alle pratiche di devozione, tra le quali la processione dello stendardo votivo (u mantu) (fig. 4) coincidono anche momenti di consumo collettivo di pesce fritto offerto pi vutu (per voto) alla Madonna. Per altro aspetto, a bordo di un motopeschereccio si svolge a n’tinna a mmari. Si tratta di una performance nella quale è prevista una gara in cui vince chi riesce a recuperare una bandierina (a bannera), posta all’estremità di una trave di 10 m. sistemata in orizzontale a prua dell’imbarcazione e cosparsa di sapone e grasso (fig. 5).

L’inizio della n’tinna viene inaugurato dall’esclamazione del capuvarca (detto anche u capitanu) Ebbiva a Madunnuzza do Carminu e tutti Ebbivva. A n’tinna precede di alcuni giorni la processione notturna della Madonna (a varchiata). Entrambi i momenti rituali sono tuttora praticati e testimoniano l’attenzione della popolazione per il mare che costituisce, di fatto, un’irrinunciabile spazio simbolico ove i marinisi riaffermano, periodicamente, la propria devozione per il sacro. 

In tali contesti è opportuno ricordare la tradizione figulo-ceramistica e la pesca/lavorazione del corallo assai diffusa a Sciacca tra Otto e Novecento. Anche in questo caso si configura un propizio rapporto le attività portuali e della pesca con il retroterra dell’artigianato ceramico e dell’intaglio del corallo. 

In sostanza, il porto saccense risulta essere un punto di riferimento essenziale per l’economia ittica del territorio agrigentino, forte di un efficiente mercato interno e di una radicata tradizione conserviera legata alla salagione del pesce azzurro, riconosciuto patrimonio immateriale e iscritto al REIS (Registro delle Eredità Immateriali di Sicilia), con una non irrilevante ricaduta nel settore turistico ed enogastronomico. Tra le pratiche di pesca tradizionale vanno ricordate quelle a palangaru, a cinaciolu e rizza vulanti che persistono nonostante la meccanizzazione dei motopescherecci e l’introduzione di normative limitanti ed estranee al reale contesto storico ed etnoantropologico della vita marinara locale. 

In conclusione, così come si verifica in tutte le realtà, in cui le condizioni oggettive degli uomini ne rispecchiano le loro elaborazioni culturali e, quindi, anche gli apparati festivi, ludici e religiosi, il ciclo delle feste tradizionali dell’agrigentino riflette le attività produttive del territorio tramite la polarità agricoltura/pesca, assai frequente in Sicilia e nel Mediterraneo.

Ancora a Sciacca a partire dal Carnevale fino alle feste primaverili che vanno da San Giuseppe, Pasqua e Ascensione (a sceusa) sono i pani e i dolci rituali della cultura contadina a determinare tempi e spazi della festa. Tra Giugno e Agosto la dimensione marinara emerge con i suoi simboli nelle celebrazioni di San Pietro (29 Giugno) (cfr. Marciante 2012) con una processione a mare della statua del Santo seguita dalla padiddrata di pesce fritto e l’antinna a mari e con la festa della Madonna del Soccorso. Il simulacro viene portato a spalla da un centinaio di marinai e pescatori il 2 febbraio e il 15 agosto: ogni lato della vara (fercolo) è costituito da 25 marinai coordinati da quattro timonieri che controllano i movimenti e guidano le manovre più articolate (fig). Il culto prevede, oltre alle processioni, una serie di pellegrinaggi (u viaggiu) che si intensificano a partire dal 24 gennaio per l’ottavario che precede la festa. La processione del 2 febbraio si caratterizza in particolare per le candelore (ceri votivi portati dai fedeli) e per il rito della fumata che ricorda la liberazione dalla peste del 1626 per intercessione della Madonna.

La processione del 15, invece, si snoda lungo le vie del paese sino alla sosta in piazza Scandaliato, in cui la Madonna, posta così di fronte al mare, benedice le acque ornata di un gran numero di ex-voto in oro e corallo.