Natale, rifunzionalizzazione e globalizzazione

img

Da circa 1800 anni, per le popolazioni di fede e cultura cristiana il Natale costituisce un momento festivo importante con il quale si ricorda e si tramanda la nascita di Gesù che, con la sua vita esemplare riportata nei Vangeli costituisce il fondamento della teologia e della relativa liturgia della fede cristiana. È noto agli studiosi di storia del Cristianesimo che non si conosce l’esatta data della nascita di Gesù; tuttavia, nelle congetture che, nei primi due secoli, sorsero tra le comunità cristiane si arrivò a stabilire che il periodo della nascita fosse invernale, in coincidenza con i riti allora dedicati alla divinità solare Mitra che, nell’Impero Romano, coincidevano con i Saturnali, antichi festeggiamenti rituali istituiti in onore di Saturno, divinità che sovraintendeva le attività agricole a cui, tra dicembre e gennaio, venivano offerti doni di ringraziamento per l’annata appena conclusa e rivolte richieste propiziatorie per quella futura. Si trattava di feste molto intense espresse con forme di tipo carnevalesco, con l’accensione rituale di falò, con scambi di doni tra le persone e i gruppi familiari ed etnici, con intento di allacciare rapporti di parentela, di collaborazione e di alleanza. In pratica, nell’economia agropastorale del mondo antico romano, i Saturnali hanno costituito il presupposto ideologico-religioso dell’organizzazione sociale e delle connesse istituzioni politiche che storicamente nell’antica Roma furono realizzate.

Nel complesso e costante processo di rifunzionalizzazione dei fatti culturali, sebbene il Cristianesimo sia la nuova fede espressa e donata da Dio come «contratto e patto della nuova alleanza», gli uomini, nel processo di umanizzazione della nuova fede, inevitabilmente la adeguano alle particolari esigenze e situazioni storiche in cui essi operano. Infatti, da qui deriva, nei primi secoli, il processo di rivoluzione socio-culturale che hanno subito le prime comunità cristiane; indicazioni ed esempi interessanti si ricavano negli Atti degli apostoli e, in particolare, nelle lettere di San Paolo che fu il principale organizzatore della Chiesa Cristiana. È in tale quadro, infatti, che si forma la gerarchia sacerdotale che, tramite specifiche riunioni definite sinodi e concili, arrivò a rifunzionalizzare gli antichi rituali precristiani del periodo invernale trasformandoli nel particolare momento della nascita di Gesù; nello stesso contesto culturale di trasformazione, numerosi luoghi di culto precristiani furono adeguati alla liturgia e ai culti della nuova fede; inoltre, si deve rilevare che, nello stesso contesto e periodo, il Cristianesimo, in quanto istanza messianica socialmente rivoluzionaria, era stato accolto da numerosi intellettuali e soprattutto dagli abitanti delle città; in sostanza, da fede nata tra il sottoproletariato agricolo mediorientale era passata ad essere professata soprattutto dai ceti medi urbani dell’impero, lasciando gli abitanti dei villaggi delle campagne nella condizione di pagani.

Nel processo di rifunzionalizzaione delle feste invernali precristiane fu semplice per la Chiesa cristiana fissare la data della nascita di Gesù il 25 dicembre, data che coincideva con i precedenti rituali compiuti in onore di Mitra (la divinità Solare), in coincidenza con il solstizio d’inverno, istituiti dall’Imperatore Aureliano nel 274 d. C. Per contro, nelle comunità cristiane
orientali di tradizione greca, questa data, già dal III secolo era stata fissata il 6 gennaio; questa tradizione ancora oggi è seguita dalle chiese ortodosse greche di rito orientale, mentre quelle di rito ortodosso slavo celebrano il Natale il 7 gennaio.

Nella storia della Chiesa occidentale latina, nel corso dei secoli, il Natale è stato adeguato alle particolari condizioni storiche e culturali delle popolazioni che lo festeggiano ancora oggi. Nelle realizzazioni dei differenti adeguamenti spesso sono intervenute autonome interpretazioni della festa da parte dei ceti popolari che hanno adottato forme simboliche e comportamenti spesso sfuggiti al controllo delle gerarchie ecclesiastiche che li hanno tollerati senza giudicarli eterodossi. Esempi noti di tali adeguamenti che col tempo si sono costantemente rifunzionalizzati sono l’albero natalizio, il presepe, il Babbo Natale, le sacre rappresentazioni dell’Avvento e gli scambi di doni e auguri.

Fra questi, la tradizione dell’albero di Natale dal quale pendono festoni e oggetti colorati sarebbe un particolare esito sincretico che accoglie, nella ritualità festiva cristiana, concezioni e pratiche religiose precristiane dell’antica cultura germanica.

Per esempio, il presepe, oltre a rimandare alle pratiche rituali medievali delle sacre rappresentazioni nelle quali, a livello popolare, venivano messi in scena momenti significativi della vita di Gesù, fra questi la passione, la morte e resurrezione, ricorda la riproduzione statuaria della Natività attribuita a San Francesco che, dopo un viaggio in Palestina, nel 1223 a Greggio ne ha realizzato la prima rappresentazione, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da papa Onorio III. Da quell’esempio emblematico, la tradizione del presepe si è diffusa a livello popolare; le diverse aree culturali europee lo hanno adottato riplasmandolo in base alle proprie dimensioni storiche e culturali; per esempio, sono state realizzate statuine di personaggi per costituire la rappresentazione scenica della Natività prendendoli dalla vita reale del tempo. Per le regioni italiane le statuine più note e particolari del presepe sono quelle napoletane, realizzate dalla famosa tradizione di ceramisti campani in seguito diventati anche plasmatori di cartapesta. Inoltre, in ambito popolare, interpretando il racconto evangelico dell’adorazione dei pastori presenti nella zona in cui sorgeva la grotta della Natività e delle connesse offerte dei Re Magi, Melchiorre, Baldassarre e Gaspare che portavano in dono oro, incenso e mirra, a Natale si fonda la tradizione dello scambio sociale di doni e regali tra familiari, parenti ed amici; in pratica, viene ribadito l’antico istituto sociale del dono e della reciprocità come è antropologicamente noto, in quanto sistema per confermare l’unità del gruppo sociale e soprattutto i rapporti di reciproca solidarietà. Di fatto, l’offerta di doni fatti alla divinità per ottenere «grazie» (ovvero, benefici miracolosi) risulta sbilanciata rispetto alla materialità del dono offerto dal devoto richiedente il «beneficio», tanto da trasformarsi in debito.

A questo punto è opportuna una rapida analisi storico-economico-sociale della cultura occidentale; in particolare, nel contesto storico europeo con il passaggio dal sistema economico antico a quello feudale e quindi a quello mercantile dell’epoca moderna fino a giungere a quello contemporaneo, nel quale la ricchezza è realizzata soprattutto dal commercio finanziario, cioè dal commercio del valore del denaro con il denaro, si verificano importanti trasformazioni nei rapporti sociali, tra i quali quelli basati sulla reciprocità. L’istituto sociale del dono e della reciprocità, come è antropologicamente noto, nelle società preindustriali costituisce il fondamento della solidarietà sociale, particolarmente espressa in occasioni festive (battesimi, matrimoni, ecc.); in questo quadro ideologico si colloca lo scambio di doni praticato per Natale.

Nel processo di adeguamento e di rifunzionalizzazione alle attuali esigenze, le antiche tradizioni natalizie dello scambio di doni sono state assorbite nel quadro del sistema commerciale contemporaneo, ovviamente conservando alcuni caratteri del passato, in cui erano controllate e gestite dalla comunità locale; in pratica, il dono cerimoniale e la reciprocità, in quanto sistemi di coesione sociale, sono passati dal controllo economico locale al sistema economico globale, dove le scelte dei doni da offrire ai parenti e agli amici sono indotti da altri, da centri di potere che volta per volta, con l’elaborazione esterna dei gusti, decidono per noi cosa si dovrà regalare a Natale. Si tratta di una forma nuova, particolarmente sofisticata rispetto al passato, di elaborazione del consenso e delle ideologie, in cui gli operatori sono lontani e sconosciuti, con una forte capacità di manipolare le coscienze a livello globale per governare il sistema economico e conseguentemente quello culturale, nel quale vengono inglobate in un’unica dimensione tutte le diversità individuali.

Infatti, è in tale quadro che, nel corso di 20 secoli, il grande messaggio rivoluzionario del Cristianesimo rischia di essere imbrigliato; di fronte a questo rischio, nel quadro delle differenti contraddizioni politico-culturali e sociali, in questi ultimi decenni, sono comparse le istanze dei fondamentalismi religiosi, sociali e culturali. Ciò significa che, nella pratica quotidiana, gli uomini non accettano di essere omogeneizzati e uniformati in un’unica dimensione economico-sociale, vogliono mantenere le proprie individualità culturali.

Da qui, sicuramente con possibili complesse contraddizioni e trasformazioni, la speranza di un rinnovamento culturale fondato su un neoumanesimo economico e sociale in base al quale l’antico messaggio del Natale e del Cristianesimo possa essere riconfermato e diffuso secondo l’antico dettato evangelico che prevede la partecipazione di tutti «alla mensa del Padre», ovvero di poter disporre del necessario per vivere come recita il «Padre nostro».