Nominata per il triennio 2018-2020 la commissione del <<Premio Internazionale "Giuseppe Cocchiara" per gli studenti demo-etno-antropologici>>

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La Giunta federale, che si è svolta il 17 marzo scorso a Roma, ha nominato i componenti della commissione che, per il prossimo triennio, dovranno proporre, ad anni alterni, studiosi italiani e stranieri di chiara fama per ricevere il «Premio Internazionale “Giuseppe Cocchiara” per gli Studi Demo-etno-antropologici» del quale la F.I.T.P. è titolare per quanto riguarda l’istituzione e la relativa organizzazione. In base al Regolamento sono stati nominati per l’Università di Palermo il Prof.

Ignazio Buttitta, ordinario di Antropologia culturale, per l’Università di Messina il Prof. Mario Bolognari, ordinario di Antropologia culturale, per l’Università di Catania la Prof.ssa Mara Benadusi associata di Antropologia culturale, per l’Amministrazione Comunale di Mistretta la Prof. ssa Sebastiana Paellaci, docente in quiescenza, per la F.I.T.P. il Dr. Luigi Scalas assessore alla cultura e il Prof. Mario Atzori presidente della Consulta Scientifica.

L’istituzione e l’organizzazione del Premio Cocchiara per la F.I.T.P., che da diversi decenni si occupa di documentare, interpretare e valorizzare il patrimonio etnografico delle diverse comunità italiane, hanno costituito un impegno e una concreta dimostrazione che, in Italia, gli studi etno-antropologici hanno il vantaggio di essere stati seguiti per primi, rispetto ad altri Paesi, soprattutto per quanto riguarda le ricerche e documentazioni sul campo; in particolare questo primato lo si deve a studiosi siciliani.

Infatti, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, mentre nel resto d’Italia e all’estero gli studiosi erano intenti a indagini esclusivamente storiografiche, a ricerche e documentazioni dialettologiche e linguistiche, nel quadro degli interessi glottologici positivistici dello schema parole e cose, a Palermo nascevano gli studi etno-antropologici con le meticolose ricerche condotte da Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino, in seguito portate avanti, nel Novecento, da Giuseppe Cocchiara, Giuseppe Bonomo, Antonino Buttitta, Aurelio Rigoli e Antonino Pasqualino.

Come è noto, Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino sono stati entrambi medici; il primo era impegnato a curare malati dei ceti sociali umili, il secondo interessato a scoprire le cause delle malattie come professore di Patologia medica nell’Università di Palermo.

Tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento, entrambi si impegnarono a documentare il vasto patrimonio della cultura popolare siciliana; una loro attenzione fu rivolta alla poesia, ai canti e al vasto orizzonte delle tradizioni popolari.

I metodi che essi applicarono in tale impegno corrispondevano a quelli allora in auge: i fatti folklorici erano da considerare come sopravvivenze di epoche lontane; si riteneva che le tradizioni popolari avessero attraversato un complesso processo evolutivo grazie al quale era possibile effettuare comparazioni tra gli esiti dei diversi momenti e dei differenti contesti storico-culturali.

In tale quadro teorico-metodologico della fine del secolo XIX, Giuseppe Pitrè divenne presidente della Società Siciliana di Storia Patria, della Reggia Accademia di Scienze e Lettere; dal 1910 fu professore di demopsicologia, così come allora veniva definito il folklore in ambito universitario.

Con la collaborazione dell’amico e collega Salvatore Salomone-Marino fondò l’Archivio per lo studio delle tradizioni popolari (1882-1909). Inoltre, è doveroso ricordare altre importanti opere di Pitrè: la Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane pubblicata in 25 volumi tra il 1871 e il 1913, le cui varie sezioni abbracciano la totalità dei fatti folkloristici siciliani: canti, giochi, proverbi, indovinelli, fiabe, spettacoli, feste, medicina popolare, ecc.;

Curiosità popolari tradizionali in 16 volumi, apparsi tra il 1885 e il 1899. Nel 1894, egli pubblicò la Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia che costituisce, di fatto, lo stato dell’arte degli studi etnografici condotti nel nostro Paese sino alla fine del XIX secolo. In Sicilia e soprattutto a Palermo, gli studi etno-antropologici, a partire dai primi anni ’20 del Novecento, continuarono con Giuseppe Cocchiara; originario di Mistretta, in provincia di Messina, per seguire le orme del padre avvocato, nel 1921 si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo.

Sebbene affrontasse con profitto gli studi giuridici, Cocchiara pubblico nel 1923, per le edizioni Sandron, il lavoro di carattere etnografico, Popolo e canti nella Sicilia d’oggi. È un’opera nel quale egli documenta quanto a 16 anni aveva raccolto nella realtà socio-culturale della zona di Mistretta, analizzando i canti in chiave estetico-psicologica.

Da qui partono i successivi suoi interessi sulle tradizioni popolari, considerando Pitrè come maestro; infatti, ne intendeva ereditare soprattutto le virtù pratiche e il progetto complessivo, ovvero, investire sul tesoro di materiali folklorici e bibliografici lasciati da Pitrè.

Sebbene Cocchiara, come si è detto prima, si fosse laureato in Giurisprudenza, discutendo una tesi sull’opera legislativa di Federico II in Sicilia, continuò i suoi interessi etno-antropoloogici pubblicando tra il 1924 e il 1929 tredici volumi ed altri articoli.

Tra queste opere, sono da ricordare Le vastasate del 1926 e Gli studi delle tradizioni popolari in Sicilia, del 1928. In quest’ultimo lavoro, Cocchiara avvia le sue attenzioni per la storiografia che costituirà un aspetto particolare delle sue ricerche di carattere metodologico.

Infatti, grazie a queste pubblica, nel 1947, la Storia degli studi delle tradizioni popolari in Italia e, nel 1952, la Storia del folklore in Europa. Si deve rilevare, tuttavia, che tali opere costituiscono quasi gli esiti teorico-metodologici conclusivi di un percorso culturale più articolato nel quale Cocchiara entrò in contatto con ambienti stimolanti sia nazionali, sia internazionali; si tratta di risultati che egli seppe portare a Palermo per formare e sviluppare una sua scuola etno-antropologica.

Tra il 1928 e il 1929 entrò in contatto a Firenze con una serie di intellettuali come Michele Barbi, l’indianista Paolo Emilio Pavolini, l’antropologo Aldobrandino Mochi e il filologo Pio Rajna. Nel 1929 insieme a Paolo Toschi fu organizzatore del primo Congresso Nazionale delle Tradizioni Popolari, durante il quale strinse amicizia con Raffaele Pettazzoni, fondatore in Italia degli studi storico-religiosi.

L’incontro con Pettazzoni fu determinante, in quanto da questi ebbe il suggerimento di un soggiorno in Inghilterra, allora centro importante di ricerche etnografiche, antropologiche e sul folklore. Fu così che Cocchiara trascorse lunghi periodi in Inghilterra fino al 1932, seguendo a Londra le lezioni del funzionalista Bronislaw Malinowski e ad Oxford del diffusionista Robert Marett, dai quali apprese i principi teorici del metodo comparativo che gli consentirono di uscire dalle strettoie del regionalismo e di approfondire le analisi sulla nozione di sopravvivenze per arrivare ad un’interpretazione storica dei fatti culturali, tramite la quale giungere agli strati più arcaici di quei fatti.

È in questa chiave interpretativa che Cocchiara scrisse l’opera del 1932 Il linguaggio del gesto, nella quale egli intende individuare le «origini» del gesto espresse tramite la sequenza evolutiva dal molteplice e complesso per poi risalire all’unità e all’elementare; in tale quadro interpretativo, per esempio, la preghiera sarebbe il gesto originario del primitivo.

L’intuizione interessante di Cocchiara fu quella di aver definito il gesto come espressione linguistica: una questione che sarà successivamente sviluppata da altri antropologi e studiosi semiologi, i quali colsero, nei diversi segni dei differenti linguaggi, i veicoli fondamentali che servono ad elaborare e a trasmettere i fatti culturali.

Nel 1934, Giuseppe Cocchiara, dopo aver conseguito la libera docenza, assunse l’incarico presso l’Università di Palermo dell’insegnamento di Letteratura delle tradizioni popolari che, nel 1944, con il riordino postbellico fu trasformato in Storia delle tradizioni popolari; inoltre, prese l’incarico dell’insegnamento di Antropologia sociale; in tale posto, a seguito di regolare concorso, nel 1946 fu confermato con l’assegnazione della relativa cattedra, la prima nelle università italiane.

A metà degli anni ’50, con una più attenta definizione del metodo storicistico, Cocchiara affrontò l’analisi dei «motivi» delle fiabe e delle novelle pubblicando alcuni saggi, poi riuniti nel volume Il paese di Cuccagna del 1956; nell’opera si possono cogliere elementi che si ritrovano anche nei lavori dei formalisti russi come Vladimir Propp, ma che, sul piano teorico, erano stati già preannunciati nel 1948 con Il mito del buon selvaggio, dove Cocchiara approda allo storicismo inteso come esito del superamento dell’evoluzionismo.

Le ultime opere di Giuseppe Cocchiara, ormai antropologo maturo ed affermato, sono, nel 1961 L’eterno selvaggio - Presenza e influsso del mondo primitivo nella cultura moderna; nel 1963 Il mondo alla rovescia; Le origini della poesia popolare, lavoro apparso postumo nel 1966; infatti, il 24 gennaio 1965 egli moriva.

La ricostruzione fin qui sintetizzata della figura di Giuseppe Cocchiara, etno-antropologo che si colloca concretamente tra gli antropologi di fama internazionale, intende evidenziare il significato culturale e scientifico attribuito al relativo premio a lui dedicato, con il quale la F.I.T.P. propone la sua presenza nel novero degli operatori culturali del settore deno-etno-antropologico.

Pertanto, il «Premio Internazionale “Giuseppe Cocchiara” per gli Studi Demo-etno-antropologici» ha lo scopo di ricordare il ruolo di Giuseppe Cocchiara come fondatore in Italia dell’Antropologia Sociale.

L’obiettivo dell’istituzione del premio, infatti, è volto a gratificare e valorizzare tutti gli studiosi italiani e stranieri che, con le loro ricerche teoriche, metodologiche e sul campo, hanno condotto e conducono indagini nei diversi ambiti delle discipline demo-etno-antropologiche nei differenti contesti e realtà socio-culturali.