Personaggi di fantasia nelle culture popolari

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Il fantastico delle culture popolari: gnomi, orchi, fate ed esseri mitici.

Mi capita spesso di scartabellare tra le ricerche da me fatte negli anni settanta per rivivere l’entusiasmo di quei giorni alla ricerca spasmodica di canti, racconti, riti, luoghi e voci della Memoria, che, spesso, presentavano sentieri intricati, mostravano labirinti misteriosi e lasciavano appena intravvedere tracce intellegibili del passato, pronte a perdersi nel nulla del nulla, simili a sbiadite ed evanescenti sinopie.

Bisognava illuminare quei sentieri del passato, dare voci e volti a quelle ombre ed immagini, che, improvvise, si presentavano alla nostra mente ed accorrevano al lago del nostro cuore. Memoria-Rimembranza, che diventava il cuore pulsante di un processo di rigenerazione, che si vestiva di un rituale quasi magico e sacro.

Com’è bello ricordare…. rivivere quei momenti alla ricerca di significazioni, emozioni e momenti che appartenevano al popolo e da secoli custodite sacralmente “ nel cuore del suo cuore”. Animato dalla speranza di riuscire a portare sulla scena l’oggetto delle mie ricerche per il neonato gruppo folklorico della mia città, l’Eco del Gargano, non ho lesinato tempo e impegno, ma ho raggiunto lo scopo di quanto mi ero prefisso.

Navigando nell’immenso mare degli appunti delle mie ricerche, la mia attenzione viene quasi rapita da un copione teatrale del 1974: I personaggi di fantasia popolare nei canti e nei balli del Gargano, come enfaticamente titolai quelle ricerche, che, da allora, porto ancora sulla scena con il mio gruppo.

Dopo quarantaquattro anni mi riprende la voglia di ricercare, al di la degli appunti di allora e quindi parlare dei personaggi mitici dell’affascinante terra garganica. Erano, come s’intuisce, i protagonisti delle nostre favole.

Quegli esseri di cui parlavano le nostre mamme, quando raccontavano a noi bambini le antiche “storie”. Metà uomini e metà animali, dall’aspetto truce e dagli istinti animaleschi, si presentavano alla nostra fantasia come spiriti del male, pronti ad aggredire bambine e bambini cattivi e capricciosi. Il più noto era mamurche.

L’Orco, abitatore delle dimore infernali, aveva membra gigantesche sotto una faccia barbuta e un collo taurino. La sua voce era possente come un boato e la sua forza così tremenda da spezzare una quercia.

Quando l’orco interveniva, erano guai per chiunque, piccoli e grandi. Ma qualche volta si lasciava incantare dai bambini educati e non mostrava i suoi denti ai soggetti tranquilli. Gli era compagno lu travone.

Un grosso drago tenebroso, una specie di serpente che aveva la testa di grifone e gli artigli leonini, la coda di rettile e le ali di pipistrello. Lu Travone abitava nei pozzi e viveva tranquillo senza far danni, fino a quando qualcuno si sporgeva per guardar giù.

Allora balzava a fiore dell’acqua con mossa fulminea pronto a ghermire il malcapitato senza pietà, perché aveva lo scatto dei felini selvatici e la forza e l’agilità degli uccelli rapaci. Non meno tremendo e pauroso era poi lu luprejanare, che aveva la mania di vagabondare di notte e di emettere grida da lupo.

Era il Licantropo dei vecchi medici, meglio noto come lupo mannaro. Fendeva l’aria della notte col suo corpo peloso e le unghia ad artiglio, che facevano paura al solo guardarle. Ma aveva il suo punto debole, perché bastava che qualcuno, fatto audace dal terrore, lo pungesse con uno spillo, per sgonfiarlo dei suoi furori.

Meno terribile era lu scazzamuredde, il cosiddetto spirito folletto. Era un essere strano, che aveva indole irrequieta ma non malvagia e si mostrava a noi bambini, quando la mamma lo chiamava per i nostri capricci o quando si andava in luoghi proibiti. Insomma un fantasma ed uno spauracchio non molto dissimile da lu paponne, suo emulo e competitorenell’aspetto e nei gesti.

Dello stesso tipo era infine l’uzzere, l’ussaro dallo sguardo e dal volto severi, un cavaliere dal corpetto attillati, pieno di corde e bottoni con la spada al fianco. Lo si chiamava in casi speciali quando un bambino s’impadroniva furtivamente di un oggetto proibito o comunque pericoloso e non adatto alla sua età.

Allora la mamma glielo toglieva e, nascondendolo dietro la schiena, gridava: vedi non c’è più, se l’è preso l’ussaro. Che dire poi della paura e della monneca ghianca. La paura era un essere amorfo, né uomo né donna, che soggiornava nei luoghi nascosti.

Vestiva, di solito, una tunica bianca, che lasciava intravvedere una testa pallida dagli occhi sbarrati. Quando appariva, rimaneva ferma come una statua. Non parlava, non minacciava, ma impediva, con la sua presenza, la penetrazione di qualunque intruso nel suo dominio appartato.

Non rimarrebbero, per essere completi, che gli gnomi, le fate e la vecchia befana. Ma la befana la conoscevano e la conoscono tutti. Qualche bambino , ancora oggi se la sogna di notte. La vede scendere, col sacco in groppa, nell’oscuro camino.

Anche gli gnomi erano di casa nella favolistica del tempo, perché ritenuti dai nostri piccoli, degli esseri buoni, ricchi di sapienza, di umanità e di attaccamento alla vita. E poi le fate bianche e turchine, dolci e gentili dalle scarpette di raso e dai riccioli d’oro, che sono forse le uniche rimaste nel firmamento infantile.

Non vi spaventate….sono favole e personaggi inventati da buontemponi e da argute mamme in cerca di rimedi alle marachelle dei figli, ma anche da cantastorie, che attingendo alla propria poetica fantasia presentavano con enfasi questi mitici personaggi della fantasia popolare.

E vale ancora la pena parlarne, perché, da sempre, sono con noi nella nostra vita. Prima che gli uomini ne dimentichino perfino il nome e il tempo le travolga nella sua ombra.