Quali ricerche sull'attuale ruolo e funzione dei gruppi folklorici

img

Nell’immediato ultimo dopoguerra, in Italia, gli interessi degli etno-antropologi in gran parte risultano rivolti alle realtà folkloriche di zone contadine e meridionali. Soltanto alcuni, Vinigi Grottanelli, Vittorio Maconi ed Ernesta Cerulli si interessano a culture extraeuropee come l’Africa; per l’Asia si hanno gli studi di Raffaele Tucci.

Nel quadro folklorico, in particolare, si collocano gli studi di Paolo Toschi condotti, in chiave storicistica crociana, sull’arte e sulle forme di teatro popolare; nello stesso quadro di interessi per le espressioni artistiche, sebbene analizzate in chiave strutturalistica levistraussina, dalla fine degli anni ’50, Alberto Mario Cirese, nell’ambito dell’interesse per la poesia popolare, analizza le strutture dei versi dei canti popolari sardi, i mutos e i mutettos.

Dal canto suo, invece, Giuseppe Cocchiara, già dall’immediato dopoguerra, cerca di introdurre il nuovo indirizzo teorico dell’antropologia sociale e degli studi storiografici; nello stesso contesto di interessi sulle realtà popolari meridionali, si collocano le indagini di Ernesto de Martino volte a studiare, con parametri teorici riconducibili, in gran parte, a concezioni marxiane distinte dalla visione riduttiva gramsciana sul folklore considerato come elemento frenante per l’impegno politico; quegli stessi indirizzi marxiani allora erano stati proposti negli studi storico-economici da Emilio Sereni per quanto riguarda la «questione meridionale» e il connesso mancato decollo economico e culturale delle campagne, causa principale del sottosviluppo delle regioni meridionali. In pratica, si trattava della soluzione che diversi intellettuali di sinistra allora davano al problema posto, per esempio, da Carlo Levi nel noto lavoro autobiografico Cristo si è fermato ad Eboli, scritto negli anni del confino. 

In pratica, fino agli anni ‘80 del Novecento, una certa parte degli antropologi italiani, soprattutto quelli gransciamente più ortodossi, considerava ancora le cosiddette «tradizioni popolari» o come l’esito di una particolare condizione psicologica ed artistica del popolo, oppure come il risultato del mancato sviluppo sociale, culturale, politico ed economico delle «plebi urbane e rurali» che non erano riuscite ad acquisire la «coscienza di classe» tramite l’alleanza con la classe operaia delle fabbriche e così liberarsi del freno del «folklore». Tuttavia, nella dimensione dinamica e concreta dei fatti sociali della seconda metà del secolo scorso, la «cultura popolare» rurale meridionale è stata un dato da tener presente per realizzare i programmi di sviluppo del Sud.

È opportuno ricordare che questi si sono basati soprattutto sull’industrializzazione della chimica (ENI), sul’industria metallurgica fortemente energivora dell’acciaieria di Taranto, della meccanica automobilistica e, quindi, sulla connessa operaizzazione ottenuta tramite l’emigrazione dalle campagne delle masse contadine. Infatti, tale programma doveva essere realizzato, in gran parte, trasferendo la forza lavoro dal settore agricolo a quello industriale realizzato nei centri metropolitani. In questo modo, in Italia, si verificava la grande trasformazione sociale e culturale degli anni ‘50, ‘60 e ’70 del secolo scorso, durante la quale si è avuta la meccanizzazione del comparto agricolo. Nello stesso contesto, nell’Italia meridionale, si è avviato in ambito costiero il turismo balneare, spesso con una forte cementificazione delle coste. In tale quadro, non si possono trascurare i particolari momenti di crisi internazionale e nazionale, quali la crisi petrolifera conseguente al blocco del Canale di Suez, le successive guerre mediorientali e, infine, le azioni eversive in Italia provocate da gruppi come le «Brigate Rosse». 

Nonostante questa situazione complessa, come è noto, il sistema è riuscito a reggere e a integrare le varie crisi e proteste fino alle nuove istanze dell’inizio degli anni ’90 in cui, in Italia, è stata determinante la catarsi politico-morale della stagione delle cosiddette «mani pulite» e, sul piano internazionale, la caduta del muro di Berlino. Quest’avvenimento, in particolare, come è da tempo accettato, è stato l’avvio dell’economia globalizzata e della relativa cultura.

La globalizzazione economica e sociale si è diffusa in tutte le realtà sociali; ad essa hanno reagito e ancora oggi reagiscono le varie istanze fondamentaliste, ammantate soprattutto dal paravento religioso islamico; in questo tuttavia emerge lo scontro storico tra Sunniti e Sciiti che mirano a controllare non solo la relativa finanza internazionale, ma soprattutto le fonti energetiche e le popolazioni dell’area mediorientale.

Nella complessa situazione generale determinata dalla globalizzazione, a partire dagli anni ‘60, le comunità regionali italiane hanno cercato di ritrovare se stesse recuperando il proprio patrimonio storico culturale. Le amministrazioni locali e regionali hanno promosso campagne di ricerche archeologiche, indagini storico artistiche ed etnografiche con l’intento di documentare con precisione i vari patrimoni culturali da valorizzare soprattutto come richiami turistici.

Dal canto loro, nelle università, gli studiosi dei vari settori scientifici hanno risposto a tali esigenze producendo un’ampia quantità di letteratura; i demo-etno-antropologi, a loro volta, si sono prodigati affrontando argomenti riguardanti i vari aspetti delle feste religiose e laiche, come per esempio, i diversi carnevali; alcuni hanno rivolto l’attenzione ad aspetti della cultura materiale ed alle forme organizzative e produttive che, nel mondo contadino, ormai andavano scomparendo con l’arrivo della meccanizzazione agricola. 

In contemporanea agli approcci condotti dagli etno-antropologici italiani, a partire dagli anni ’70 fino all’inizio degli anni ‘2000, a livello di comunità si sono formati e diffusi, in tutte le regioni, gruppi folkloristici o folklorici per rispondere, in primo luogo, ad esigenze associative e, in secondo luogo, ad un rinato bisogno identitario, espresso esibendo, in appositi spettacoli, i propri costumi ed eseguendo canti e balli tradizionali. In pratica, è opportuno rilevare che tali risposte socio-culturali adottate, forse in modo inconsapevole dai gruppi folklorici fin dagli inizi degli anni ‘70, sono state una forte dissonanza e, quindi, una particolare contestazione non rumorosa contro l’omologazione provocata dalla globalizzazione e dal suo dirompente percorso.

Per contro, l’antropologia ufficiale ha ignorato e, in certi momenti, ha disprezzato e criticato l’impegno culturale realizzato dai gruppi folklorici che, con i loro spettacoli, mettevano in scena le proprie radici culturali del passato, in occasione di feste paesane, grandi sagre e manifestazioni organizzate con il contributo finanziario degli assessorati e degli enti locali per fini di promozione turistica. La commercializzazione del patrimonio folklorico è stata sempre valutata in modo negativo da numerosi antropologi, senza considerare che gli archeologi e gli storici dell’arte utilizzano gli scavi, i reperti archeologici e i beni storico-artistici come motivi importanti di attrazione turistica. Le rappresentazioni sceniche degli spettacoli folklorici sono, come risulta ormai consolidato, un complesso processo di rifunzionalizzazione e, quindi, di attualizzazione di contenuti culturali che, nella trasposizione scenica teatrale, riacquistano vita tramite il rispetto delle regole dello specifico teatrale; inoltre, i contenuti e le forme di tali spettacoli costituiscono importanti messaggi educativi per confermare identità che altrimenti rischiano di perdersi a causa della globalizzazione.

Da qualche tempo tuttavia, insieme al forte e ampio dibattito sui diversi approcci teorico-metodologici, gli antropologici stanno riconsiderando la loro valutazione circa la funzione sociale e soprattutto educativa svolta da numerosi decenni dai gruppi folklorici, non solo in Italia, ma anche in molti altri Paesi.

Questo particolare interesse porta ad indirizzare indagini e ricerche, non solo sulla funzione dei gruppi in quanto apparati socialmente organizzati, ma anche sui materiali e contenuti degli spettacoli da essi proposti; tali spettacoli, in quanto materiali etnografici rifunzionalizzati risultano degni di analisi, inoltre, potrebbero costituire nuove frontiere d’indagini da condurre a livello più ampio.

Nel quadro di tali nuove indagini, tuttavia, per stimolare l’avvio delle ricerche sulla funzione sociale ed economico-culturale dei gruppi folklorici, quali operatori di messaggi promozionali sul patrimonio etnografico delle rispettive comunità, è necessario curare alcuni aspetti che hanno caratterizzato il settore dell’economia del turismo culturale. Infatti, a questo punto sono necessarie le riflessioni proposte dall’antropologia del turismo, elaborate soprattutto da studiosi americani, affinché si arrivi a cogliere gli aspetti positivi dei processi di rifunzionalizzazione delle cosiddette «tradizioni popolari» ancora presenti nelle moderne società complesse. In queste società, come è noto, tramite un recente recupero, le culture popolari tradizionali costituiscono un forte richiamo per le correnti turistiche e per la connessa economia interessata al relativo comparto produttivo. In pratica, se nel passato le «culture popolari» erano il «modo d’essere» delle diverse comunità, attualmente, con la loro rappresentazione scenica, proposta da gruppi folklorici, costituiscono proposte vive di tipo museale rivolte ad interessare i turisti durante le vacanze. Le problematiche riguardanti l’antropologia del turismo interessano sia le società di cultura occidentale, sia quelle extraeuropee appartenenti alle differenti culture asiatiche, nelle quali sono presenti diverse forme di turismo religioso, culturale ed ambientale. Per esempio, negli ultimi decenni, in diverse regioni indonesiane si sono verificati particolari recuperi e rifunzionalizzazioni turistiche dei patrimoni culturali etnografici.

In un diverso contesto, costituiscono ugualmente esempi significativi di attrazione turistica le realtà socio-culturali dei Paesi dell’ex blocco sovietico. In quelle realtà, infatti, con la fine del regime comunista, si è scoperto che, in numerose comunità, l’unica forma allora possibile per reagire all’omologazione imposta dalla cosiddetta «unità di classe» è stata quella di conservare e coltivare le numerose «tradizioni popolari» in quanto patrimoni delle diverse realtà regionali e locali. Durante il regime, in tutte le piccole e grandi comunità della «grande Madre Russia sovietica», infatti, sono sorti musei e associazioni per il recupero e la conservazione delle culture popolari.

Negli ultimi cinquant’anni, in tutte le regioni italiane, in modo spontaneo le comunità rurali, così come il proletariato urbano dei sobborghi delle città, come si è già accennato, hanno cercato di conservare e utilizzare, in particolare durante le occasioni e i momenti di festa, le espressioni e le forme della propria identità culturale. In molti casi, le tradizioni sono state conservate e praticate anche quando, a causa dell’emigrazione, si è andati a vivere in altre regioni, incontrando differenti patrimoni culturali. Lo strumento per realizzare questa vasta e complessa opera è stato, come si è già detto, l’associazionismo. 

A partire dalla fine e dal fallimento dell’impegno del movimento giovanile nel politico e nel sociale degli anni ‘70, e con il riflusso verso il privato e il locale, alcuni antropologi italiani, tra i quali uno dei primi fu Gian Luigi Bravo, cominciarono ad occuparsi del fenomeno. Questo era più evidente non solo nelle feste patronali, ma anche in quelle laiche come le feste «dell’Unità» che si svolgevano negli interland urbani e nei grossi centri controllati dalle sezioni del PC. 

L’argomento di ricerca, quindi, risulta interessante e soprattutto denso di problemi da analizzare; si è così arrivati a cogliere che, in fondo, il mondo delle cosiddette culture popolari non è finito si è naturalmente adeguato ai tempi, così come è sempre avvenuto. 

In conclusione, grazie a questa rinnovata attenzione per le «tradizioni popolari» attuali, spesso rifunzionalizzate dai gruppi folklorici anche in funzione turistica, si può proporre agli studiosi di orientare i loro interessi verso i sistemi semiologici e simbolici di tali culture, al fine di cogliere le funzioni costanti dei processi storici di riplasmazione e riadeguamento, secondo una moderna prospettiva teorica di antropologia storica.