U Siricu: lavorazione del baco da seta a Serrastretta fino all'ultimo dopoguerra

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A Serrastretta, fino agli anni ’50 del Novecento, la lavorazione dell’allevamento dei bachi da seta iniziava a primavera e precisamente alla metà di aprile. In questo periodo, le famiglie dovevano avere già pronta la “semente”, ovvero le uova dei bachi depositate l’anno prima e appositamente conservate.

Venivano misurate ad unze (once) o a menzeunze (1 oncia=20,83 gr), in quanto con un’oncia di uova veniva prodotta una tale quantità di baco da seta da richiedere poi uno spazio di due o tre stanze per il successivo sviluppo.

Tale “semente” veniva raccolta in un pezzetto di stoffa e veniva posta per circa 15 giorni in incubazione a temperatura costante; in genere, tale operazione avveniva dentro un letto o dentro il petto di una donna, che lo teneva con sé per tutto il periodo dell’incubazione.

“A Santa Cruce o natu o ‘ncurunatu” era il detto di riferimento di questa prima fase; cioè, ai primi di Maggio (Santa Cruce = 3 Maggio) si controllavano le uova; se per quel periodo non erano ancora completamente schiuse venivano poggiati sopra due foglioline d’ulivo incastrate tra di loro a mo’ di croce, in segno di buon auspicio (ecco perché si dava loro il titolo di ‘ncurunatu, cioè incoronato); quindi si rimettevano in incubazione per qualche altro giorno fin quando non erano completamente schiuse.

Una volta nati i piccoli bachi, lunghi appena qualche millimetro, venivano posti dentro appositi contenitori piatti realizzati a doghe di legno intrecciate, chiamati quarte d’u siricu; quindi i bruchi venivano posti in un luogo asciutto. In genere, era tradizione, tenerli nelle camere da letto, poi, quando crescevano venivano spostati nelle soffitte, ma sempre cercando di mantenere intorno a loro una temperatura costante.

Sin dal primo momento occorreva dar loro in pasto giornalmente tenere foglie di gelso (pampinu) spezzettate, alle quali i bruchi si arrampicavano e delle quali si cibavano per un periodo di 8 giorni. Dopo l’ottavo giorno cadevano nel primo sonno, sùannu a l’una, della durata di 48 ore circa, durante il quale si sospendevano i pasti.

Al termine di tale periodo essi spogliavano, ovvero effettuavano la prima muta, ma conservavano sempre lo stesso aspetto, anche se un po’ più chiari e più cresciuti rispetto alla prima fase. Era importante, a questo punto, effettuare la pulizia delle quarte dagli escrementi, dalle vecchie pellicine e dagli avanzi delle foglie.

Per far questo, i bachi venivano fatti arrampicare su rametti di gelso e poggiati temporaneamente su altre quarte o su tavole. Per questa operazione veniva stesa per terra una tela (in gergo pinna) perché i bruchi venissero ripuliti.

Quindi alla conclusione di questa fase i bachi venivano riposti sulle quarte ripulite; poi venivano loro date in pasto per altri 7 giorni (uno in meno rispetto alla prima volta) nuove foglioline di gelso, stavolta intere.

È importante sottolineare come il materiale raccolto nelle pinne veniva portato negli orti ed utilizzato come ottimo fertilizzante, soprattutto per concimare le piantine dei vivai. I bachi nel frattempo continuavano a mangiare, e al termine del 7° giorno cadevano nel secondo sonno, sùannu alle due, della durata di altre 48 ore circa.

Al termine di questo periodo spogliavano la seconda volta (avveniva la seconda muta) e risultavano ancora un po’ più cresciuti rispetto a prima. Se qualche baco non riusciva a spogliarsi moriva ed emanava uno sgradevole odore, per cui andava subito buttato via.

Pertanto, dopo aver fatto di nuovo la pulizia delle quarte, per altri 7 giorni i bachi riprendevano a mangiare di più rispetto a prima. A questo punto cadevano nel terzo sonno, chiamatosùannu ‘ncruce, della durata di altre 48 ore.

Avvenuta così la terza muta, i bachi erano ormai abbastanza grandi da richiedere spazi maggiori per continuare a svilupparsi; quindi venivano abbandonate le quarte e venivano creati cordoni diritti di foglie di gelso sui pavimenti di tavole delle soffitte, delimitate tutt’intorno da un ampio cordone di felci, che impediva ai bachi di allontanarsi.

In questo modo, ancora una volta essi riprendevano a mangiare, ancora di più rispetto alla prima fase. Una covata di mezza oncia di uova arrivava così a consumare fino a due-tre sacchi pieni di foglie al giorno.

Era compito ancora una volta delle donne andare a procurare giornalmente tale loro fabbisogno. Le foglie raccolte, tuttavia, non potevano essere date subito in pasto ai bachi, bensì dovevano essere prima tolte dai sacchi e smassate (in gergospuzellate) sul pavimento, per separarle tra di loro e fare in modo che acquistassero la temperatura ambiente per non turbare il delicato equilibrio dei bachi.

Con tali accorgimenti i bachi continuavano così a mangiare; stavolta per un periodo di 11 giorni anziché 7 come prima. Al termine cadevano nel quarto ed ultimo sonno, chiamato sùannu a mundu, per altre 48 ore. Finito tale sonno effettuavano l’ultima muta, dalla quale ne uscivano ormai adulti.

La loro lunghezza arrivava ora a 7-8 cm e divoravano gelso a ritmi sempre più elevati. Continuavano così per altri 8-10 giorni, richiedendo sempre foglie fresche e tenere da mangiare. Occorre precisare che per avere a disposizione, in quel periodo, tutte quelle quantità di foglie ogni famiglia possedeva un certo numero di alberi di gelso, piantati appositamente nei terreni coltivati e potati sistematicamente ogni due anni, in modo da produrre sempre rami nuovi con foglie tenere.

Questo compito era l’unico ad essere svolto dagli uomini, a parte la gestione delle vendite. Quindi, trascorsi questi ultimi 8-10 giorni, i bachi finalmente smettevano di mangiare, e come se seguissero un antico richiamo, migravano dal proprio posto in cerca di luoghi dove poter costruire il bozzolo ed iniziare la metamorfosi per trasformarsi in farfalla.

Si creava a tal proposito un nuovo cordone appena all’interno (o anche sovrapposto) a quello esistente; stavolta era costituito da ramoscelli di cespugli ruvidi e non spinosi (eriche, gelsi, rùasule, juri ‘e S. Giuanni, ecc.) posti in piedi o addossati a cassette di legno.

Arrivati a questi cespugli i bachi vi si arrampicavano e con la loro bava iniziavano, con tecnica e maestria, a tendere le trame di ancoraggio del bozzolo (cucullu), dentro il quale restavano rinchiusi per 20 giorni, il tempo della metamorfosi. Capitava, però, che durante tale lavoro qualche baco moriva; a questo punto occorreva stare attenti a disfarsene in tempo, in quanto andando in putrefazione emanava sgradevolissimi odori.

Pertanto, si isolavano i bozzoli dai fili che li fissavano ai rami, i cosiddetti malafri; venivano ripuliti, raccolti in ceste e sistemati in luoghi asciutti, in attesa di essere poi trasportati dai commercianti per la vendita .

Era importante concludere le operazioni di vendita prima che le crisalidi completassero la loro metamorfosi in farfalle e bucassero i bozzoli per uscire determinando la perdita dei fili di seta. Una piccola parte di questi bozzoli (una decina, grosso modo) veniva isolata dal mucchio e posta in un cestino ricoperto da una stoffa, oppure sotto un setaccio metallico rovesciato, di modo che potessero avere sempre aria a sufficienza.

Quando le farfalle uscivano, dopo appena qualche giorno di vita si accoppiavano (se naturalmente ne erano nate di ambo i sessi), dopodiché il maschio moriva e la femmina iniziava a deporre le uova.

Per far sì che tali uova potessero essere raccolte, nel recipiente veniva posto un cartoncino (o un altro pezzo di stoffa) sul quale la farfalla deponeva le proprie uova, dopodiché passato qualche altro giorno moriva anche la femmina.

Le uova così deposte venivano utilizzate come “semente paesana” per l’anno successivo. Si deve precisare che non sempre c’era la richiesta del baco da seta o non sempre i prezzi di vendita erano convenienti. In tal caso, le famiglie utilizzavano per sé la produzione dell’annata, ricavando artigianalmente la seta che poi veniva filata nei telai familiari.

Con essa venivano ricavati indumenti per i giorni di festa, oppure combinandola con lana si realizzavano coperte ed altri pezzi di corredo. L’estrazione della seta dai bozzoli avveniva mettendo questi - prima che venissero bucati dalla farfalla nascente - in un grosso calderone ove venivano fatti bollire.

La sostanza emessa dal baco come solidificante per il bozzolo (glutine), a contatto con l’acqua calda si scioglieva e liberava il filo in tutta la sua lunghezza, che così galleggiava sulla superficie dell’acqua.

A questo punto subentrava un lavoro di coppia: una persona esperta (ne esistevano poche nella zona capaci di svolgere tale lavoro) con un fascio di rametti legati da un’estremità e tranciati a metà della loro lunghezza, pescava da dentro l’acqua bollente i vari fili da un’estremità e li univa in un unico filo più grosso.

Tale filo veniva passato avanti ad una seconda donna che aveva cura di raccoglierlo a matassa, manovrando un apposito attrezzo chiamato animulu. La difficoltà di tale lavorazione stava nel far sì che il filo prodotto mantenesse sempre uno spessore costante, dosando opportunamente la quantità dei singoli fili presi da dentro l’acqua.

Il filo così ottenuto era di colore giallastro e un po’ appiccicoso, e, una volta asciutto, si rendeva rigido e non ancora pronto per la tessitura. Occorreva ancora filarlo e raccoglierlo a gomitoli, dopo finalmente poteva essere pronto. Di seguito riportiamo i riferimenti utilizzati in questa fase: con mezza oncia di uova si ottenevano circa 7-8 matasse di filo grezzo.

Come si può vedere, il lavoro da svolgere per ottenere il filo di seta definitivo era notevole: ecco perché si cercava sempre di vendere i bozzoli. Il declino dell’attività di produzione del baco da seta arriva con l’ultimo dopoguerra, quando ormai incominciavano ad essere presenti in commercio le varie stoffe, nonché i vari indumenti completi, che fecero naturalmente abbassare la richiesta del baco artigianale.

Inoltre, i mezzi meccanici utilizzati ormai sempre più nell’agricoltura, richiedevano i campi sgombri da arbusti e alberi vari, quindi anche dei gelsi, fino ad allora mantenuti dentro le coltivazioni. Fu così che l’attività venne sempre di più abbandonata fino ad arrivare ai nostri giorni, dove ormai di tutta questa fatica è rimasta testimoniata soltanto nei ricordi delle anziane che hanno svolto il lavoro 1 giro completo di animulu = 1 azza (=1 m ca.) ogni 50 azze = 1 ligatura ogni 6 ligature = 1stratturu o matassa (~300 m di filo) dell’allevamento dei bachi e di filare la seta per realizzare corredi da matrimonio.

Con la fine di queste tecniche tradizionali si perdono saperi che hanno durato centinaia di anni; purtroppo questi sono gli esiti della tecnologia e del diffondersi della globalizzazione economica che non ha più confini.

A questa fine degli antichi sapere, forse, è opportuno porre rimedio recuperando la propria identità; oggi, per esempio, presi dal ritmo e dalle comodità della vita consumistica, bisognerebbe ogni tanto fermarsi qualche minuto e riflettere sulle difficoltà che prima bisognava affrontare per procurarsi anche i beni di prima necessità che attualmente sembra così scontato avere, e probabilmente, in questo modo, si troverà un gusto ed un valore diverso su ciascuna cosa della vita.