Vestirsi: Gli abiti e le diverse identità

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Vari e molteplici sono, com’è noto, i fattori che concorrono a definire il concetto di identità nella sua strutturazione diacronica e sincronica, individuale e collettiva. Fra essi rivestono un particolare rilievo quelli che, nella sfera individuale, richiamano l’influenza della cosiddetta lingua materna e del territorio di origine, così come le svariate fogge dell’abbigliamento. Sotto quest’ultimo aspetto, la Sardegna offre annualmente, con le maestose ricorrenze della Festa di Sant’Efisio a Cagliari, della Cavalcata Sarda a Sassari e Nuoro con la processione del Redentore, esemplari occasioni di confronto e di orgogliosa auto-rappresentazione. In queste città convergono, infatti, i gruppi folklorici presenti ed attivi nelle diverse realtà territoriali, ciascuno dotato di elementi connotativi che ne caratterizzano l’appartenenza ad un determinato centro abitato. Lungo la sfilata, come a voler supportare le specificità formali dei costumi, quasi tutti esibiscono elementi di una determinata cultura materiale e/o simbolico-rituale, con panieri di dolci e pani particolari, oltre che con danze e balli tradizionali. Sono gruppi espressione di differenti territori che, più che connotare le zone di provenienza, esprimono apparati simbolico-culturali sottoposti, pur in situazioni storiche di isolamento e scarsa comunicazione, a processi di contaminazione e connesse modificazioni, alla stregua di modalità espressive e segniche sufficienti a individuarne l’appartenenza alle varie comunità. Infatti, al di là di taluni aspetti in qualche misura condivisi, le fogge dell’abbigliamento sono difficilmente riconducibili ad un determinato contesto geografico.

I costumi esibiti nelle occasioni su richiamate restano relegati a ricorrenze esclusivamente festive, sia laiche che religiose, e di serena allegria, resistendo bene a quel devastante processo di omologazione culturale che ha invece travolto l’abbigliamento quotidiano e persino la cura del corpo in entrambi i generi, nelle varie età e professioni. Di essi si vanno perdendo anche tecniche e modalità di produzione, un tempo totalmente affidate a mani esperte che il tempo impietosamente aggredisce e riduce, insieme ad un apparato concettuale fondato su usanze, riti e persino lasciti testamentari riferiti in particolar modo al costume femminile.

Fra le zone storicamente definitesi nell’isola, è possibile riconoscere nel Goceano, un’appendice della provincia di Sassari che svolge una funzione di mediazione nel complesso sistema fonematico e culturale in genere tra la Barbagia ed il Monte Acuto-Mejlogu, il prevalere nell’abbigliamento femminile del modello presente a Bono, eccezion fatta per i paesi di Benetutti e Nule che presentano elementi di contaminazione propri del Nuorese. In ambito maschile, invece, la foggia del costume è abbastanza condivisa fra i vari centri abitati e persino a livello regionale, con modificazioni formali ininfluenti quanto occasionali. Il costume dell’uomo, nella semplicità ed austerità degli elementi, si compone di vari capi tra cui le calze, i pantaloni ed un gonnellino ad essi sovrapposto. Le calze sono ghette nere di orbace, a forma di gambale, che aggettano nella parte inferiore per coprire il collo delle scarpe; i pantaloni bianchi, in tela di cotone e chiusi con elastici alla vita ed ai ginocchi, sono alla zuava e resi ampi e larghi da un tassello situato all’altezza del cavallo. Il gonnellino di orbace misura circa cm 40 in altezza e presenta due lembi centrali inferiori congiunti da una striscia passante fra le cosce. Intorno alla vita si dirama una serie di fitte pieghe tenute insieme da una decorazione a punto croce, in filo nero. Le pieghe si interrompono per un breve tratto ai fianchi dove si aprono le ampie e capaci tasche in telo nero e cucite all’orbace. I bordi di ghette e gonnellino sono rifiniti in velluto nero. La parte superiore del costume, a sua volta, comprende, a partire dalla cintura, la camicia, il corpetto, un giaccone ed un berretto.

La cintura, da allacciare posteriormente, è di norma in velluto ricamato riproducente un nuraghe o immagini di ballo sardo, ma può anche essere in pelle naturale liscia. La camicia, in tela di filo, è formata con due teli uguali cuciti lateralmente, per cui s’indossa infilandola dalla testa. Opera di un lavoro raffinato e assai impegnativo, presenta anteriormente uno sparato dai bordi rifiniti a ricamo ed una serie di crespe che vanno gradualmente restringendosi, attraverso un paziente e fitto lavoro di stramatura, fino a ridurre l’ampiezza del telo anteriore alla misura frontale del collo. La base del colletto, alta circa cm 3 e ricamata a mano, comprende una serie di archi cui si alternano rose, fiori o altri motivi. Le estremità terminano con due occhielli in filo dove vengono inseriti due bottoncini, oggi per lo più d’oro, per allacciare la camicia dotata di ampie e ventose maniche dai polsi profondi, non lavorati e con due sole asole. Il corpetto, invece, è di panno rosso, a doppio petto, ognuno dei quali è rivestito esternamente di velluto blu con bordi di raso blu, ma con giromanica senza raso. Dal girocollo, anteriormente basso, fuoriesce la camicia. La confezione più recente comprende anche le maniche, a due teli riuniti al centro, in panno rosso all’interno e velluto blu esterno, tenuti aperti per tutta la lunghezza dell’omero per far uscire gli sbuffi delle maniche della camicia. Tale innovazione è stata introdotta per poter fare a meno della pesante e calda casacca di orbace, a forma di giaccone liscio, senza martingala, con tasche laterali e con cappuccio. Dal gomito al polso, con apertura verso l’esterno guarnito con velluto rosso-violaceo, si dirama la bottoniera d’argento con una serie di nastri fissati ai rispettivi occhielli. Completa l’abbigliamento il berretto di panno nero, morbido, realizzato da un unico telo rettangolare cucito lungo i lati più lunghi e con terminale a semicerchio.

A differenza di quanto si riscontra in ambito femminile, il costume dell’uomo non presenta elementi tali da poterne rilevare lo status ed il ruolo svolti nella comunità di appartenenza, mentre resta affidata alla differente qualità dei tessuti utilizzati il livello economico dei soggetti.

Il costume della donna è invece più complesso, più ricco e vario nello sfarzo dei suoi sgargianti colori e rappresentava l’abito per eccellenza della sposa novella, in analogia con lo sposo. Seguendo l’ordine della vestizione, la donna indossa sul reggipetto una camiciola formata da un unico telo completamente aperto sul fianco sinistro, sul cui omero si allaccia con un bel girocollo in pizzo. Ad essa si sovrappone la camicia, letteralmente divisa in due parti uguali, ciascuna delle quali presenta una zona anteriore, comprendente non meno di 12 pieghe, ed una posteriore liscia. L’ampiezza della camicia si riduce alla misura del petto con un lavoro di ricamo a trame fitte ed a strisce orizzontali sottili su cui si innesta un pizzo fatto a mano e rifinito a smerli. Posteriormente, le due parti vengono allacciate con un nastrino all’altezza delle scapole, mentre anteriormente la camicia si chiude con due grossi bottoni d’oro. Copre il varco del petto sa pettorra, una decorazione in pizzo che termina con una lingua di tela ricamata e inamidata da introdurre nella sottogonna. A coprire la schiena, le spalle e i fianchi si utilizza un telo di panno rosso, detto su coritu, completo di maniche da cui escono, all’altezza del bicipite, gli sbuffi della camicia mentre all’avambraccio si applica la bottoniera formata da otto elementi. Ad esso segue un busto formato da due romboidi dotati di pomponi fatti con filo di seta di vari colori. Ogni romboide, spesso circa un centimetro, è di tela di cotone ricoperta, internamente, di broccato trapuntato a bande verticali armate di giunco ed, esternamente, di velluto nero ricamato a fiori dai colori vivaci. La camicia e gli altri due elementi non vanno indossati separatamente, ma vengono introdotti nell’ordine uno nell’altro da persona esperta addetta esclusivamente alla vestizione.

La pettinatura comporta la divisione in due gruppi dei capelli che, con discriminatura centrale, vengono riuniti in trecce con cui si realizzano due michette laterali al di sopra delle orecchie, tenute salde per mezzo di una fettuccia che sormonta il capo. La fase della pettinatura comprende l’applicazione di un fazzoletto triangolare di tela bianca che a sua volta viene coperto da un fazzoletto di seta bianca, ricamato a mano, con lembo inferiore ricadente oltre il collo sul cui lato posteriore si annodano i restanti due lembi. Quindi, iniziando dal lato destro del viso, si applica una benda bianca di tela inamidata, dimensioni cm 25 per 105, bordata a stramatura e con angolo sinistro inferiore rifinito con pizzo o ricamo a mano, che incornicia il viso della donna per di più ornato con tre spille d’oro, una su ogni michetta e una al centro.

La gonna di orbace, oggi di panno nero, si posa su un’ampia sottogonna di tela, ma con bordo inferiore rifinito con pizzo. La sua ampiezza, non inferiore a tre metri, viene ridotta alla dimensione della vita con una ricca serie di fitte pieghe che si diramano dal lombo destro al sinistro, passando per il bacino, che anteriormente delimitano al centro un telo di orbace al naturale, liscio, cui segue l’orbace a pieghe, non lavorato per almeno 20 cm e foderato con velluto o seta o damasco per i rimanenti 50 cm. La gonna, con esclusione del frontale in orbace naturale liscio, viene arricchita da profonde pieghe e chiusa a modo di fisarmonica per poco più di un mese per facilitarne la conservazione. Completa l’abbigliamento un grembiule che, oltre a riportare il colore della fodera, presenta alla vita un bordo alto 5-6 cm generalmente decorato a nido d’ape. Esso viene allacciato posteriormente con due nastri dopo aver provveduto però ad infilarvi, dalla parte destra, il fiocco di pizzo o di raso, a due capi, lungo quanto la gonna e indicatore del superamento dello stato di nubile. La differenza qualitativa del tessuto, ma anche la forma o la grossezza e la qualità dei bottoni riflettono le differenze sociali fondate o misurate col metro del denaro. Infatti, il rivestimento della gonna d’una donna povera è diverso dai velluti in seta e cotone oppure in seta pura che adornano rispettivamente gli indumenti di una persona di livello intermedio o ricco. Seguendo lo stesso ordine della scala sociale, i bottoni del costume sono di latta sottile e leggera oltre che privi di rilievi ornamentali nel primo caso, quindi di filigrana leggera e non sempre di argento, infine di argento puro riproducente nel lavoro di cesellatura la forma del carciofo o della pigna. Ulteriori elementi identitari qualificano la donna nubile per una diversa qualità del tessuto e per le ridotte dimensioni dei bottoni, ma anche per l’assenza di spille e del lungo fiocco di pizzo o raso. A sua volta, la vedova è riconoscibile dal costume realizzato con velluto di cotone nero che di bianco, o quasi, conserva soltanto la camiciola e la camicia. Infatti, anche la benda che incornicia il viso è nera, così come le capocchie degli spilli.