Caro De Seta, non abbiamo capito nulla

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In questo momento storico, se dovessimo adagiare su una piramide i nostri sensi, la vista sarebbe sicuramente il senso più importante, quello che ha l’area più vasta della nostra ipotetica struttura sensoriale. Sui social partono video, anche senza audio; Netflix e Amazon ci fanno vedere le anteprime, prima ancora di scegliere; le stesse pubblicità sono prive di audio, perché disturbante, il video no. Come se il sovraccarico cognitivo riguardasse solo alcuni dei cinque sensi.

In un contesto tale il genere “documentario” dovrebbe regnare indiscusso. Eppure così non è. Proprio a causa della sua complessità di fruizione. E proprio l’atto di guardare un documentario che impiega lo spettatore in un’attività ben diversa da quella che potrebbe essere la fruizione di un film, con i suoi colpi di scena, il suo ritmo e la sua scrittura scenografica.

E il documentario, almeno quello di stampo positivista, in cui la posizione del cineasta è quella di un osservatore distaccato, non aiuta: non c’è commento, a volte solo suoni ambientali; la trama è lineare; il ritmo è regolare e il rumore del silenzio è inquietante per lo spettatore di oggi; l’assenza di colpi di scena è un ulteriore elemento che qualsiasi sceneggiatore di serie TV non riuscirebbe a sostenere. Dunque l’antropologia visiva è quanto di più elitario possa essere prodotto?

Dal documentario di Bali (di Mead e Bateson) a The Netsilik Eskimo – un resoconto del quotidiano degli Inuit delle coste nord-occidentali della celeberrima baia di Hudson - non sapremmo come guardarli, con gli smartphone che ci bombardano di video accattivanti le cui pratiche di storytelling sono realizzate da sceneggiatori di serie da Oscar che fruttano milioni di euro.

Costretti alla calma

Invece, pausa, silenzio. Il documentario impone quello che adesso potremmo considerare uno shock sensoriale, una benevola costrizione alla concentrazione.
Il sovraccarico cognitivo viene improvvisamente svuotato da una visione pura, essenziale; l’osservazione antropologica viene così ad essere nuovamente il centro di tutto; di un procedere che ci appartiene, ma che abbiamo sovrascritto o forse solo opacizzato. La cinepresa è strumento attivo e catalizzatore in un triangolo delle relazioni tra cineasta, protagonisti del documentario e noi, il pubblico.

Al di là della differenza tra l’approccio positivista ed ermeneutico-interpretativo che si è sviluppata negli anni, il documentario resta comunque, agli occhi del Sapiens del XXI secolo, uno mezzo quasi alieno con cui dovremmo ancora fare i conti. Mi riferisco a quello senza colonna sonora, né commento fuori campo. Mi viene in mente cosa rispose De Seta in un’intervista televisiva: «[Nei miei documentari] c’è una consapevolezza, una visione della vita che noi abbiamo perduto».

Un dibattito che oggi è più che abusato ed è inquietante pensare che uno degli strumenti per recuperare questa visione della vita di cui parla De Seta, ce l’abbiamo: il documentario, appunto. I suoi, come quelli di Mead e Bateson, David e Judith MacDougall per citarne altri.

Il premio

La ricerca dell’origine, promossa dalla F.I.T.P. attraverso il Premio De Seta è occasione per svelare ad un pubblico interessato una pletora di cineasti nascosti, non tutti a dirla tutta, nelle pieghe di Internet. Sempre più difficili da scovare, quasi mai argomento citato dalla stampa. E il premio nostrano, dunque, è palcoscenico imprescindibile per premiare, ma anche per sollevare l’interesse. Quasi una speculazione il premio in sé, molto più importante il messaggio degli ideatori del premio che saranno d’accordo, senza timore d’essere smentito, con il Maestro De Seta: l’unico legame che ci rimane col mondo com’è, che ci può aiutare a capire il mondo come sta diventando è il documentario.