Fede e religiosità popolare

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In tutte le realtà geografiche, nelle diverse culture e nei differenti contesti storici gli uomini hanno sempre avuto bisogno di sopperire ai propri limiti operativi e alle conseguenti crisi esistenziali ricorrendo al divino, ovvero a entità soprannaturali alle quali chiedere aiuto e protezione. Da qui l’istituzione culturale e sociale del sacro, delle diverse religioni e delle relative credenze in divinità che, in generale, caratterizzano le grandi religioni. Per esempio, il Cristianesimo, nel contesto socio/culturale occidentale, a partire da oltre 2000 anni, ha costituito, fra l’altro, un’importante rivoluzione sociale e culturale oltre che religiosa. Come è noto, il Cristianesimo ha la sua storia e in quanto istituzione gestita da uomini, sebbene per propria concezione sia voluta e guidata da Dio in quanto prodigo di benevola «provvidenza», ha attraversato situazioni e momenti sia positivi che di crisi sulla base del sistema e dell’opera degli specialisti del sacro (cioè, del corpo sacerdotale, i sacerdoti) che storicamente ne hanno elaborato e gestito la liturgia, ovvero i rituali rivolti a Dio, a Cristo e ai santi che formano l’orizzonte sacro al quale rivolgere le preghiere per ottenere protezione e «grazie». È opportuno precisare, a questo punto, che, in tutte le credenze e fedi religiose, da un lato si hanno gli specialisti del sacro, cioè coloro che detengono i canoni teologici della religione socialmente professata, dall’altro canto ci sono i fedeli che costituiscono la comunità dei credenti; gli specialisti del sacro formano il corpo sacerdotale definito clero; questo, insieme ai fedeli laici costituisce, nella pratica religiosa, l’insieme sociale della Chiesa. È in tale quadro, però, che si colloca la distinzione di sacro e profano e della relativa gestione del potere religioso da parte degli operatori o specialisti del sacro (la gerarchia dei sacerdoti), rispetto ai “laici” o “profani” che ne sono esclusi nell’elaborazione e produzione della teologia.

Nella Chiesa cristiana prima, e dopo la riforma protestante, in quella cattolica, il clero ha storicamente elaborato, tramite diverse apposite riunioni, definite concili, dei propri vertici gerarchici, un complesso sistema di principi e norme liturgiche sostanzialmente basate sui fondamentali testi sacri religiosi, la Bibbia e il Vangelo che, come è noto, costituiscono i presupposti storico-culturali sia della religione ebraica che di quella cristiana, in quanto sua derivazione.

Attualmente, nella Chiesa cattolica, queste norme e principi liturgici costituiscono, di fatto, le regole ufficiali seguite dai sacerdoti, secondo la struttura della loro gerarchia, e quindi indicate ai fedeli “laici” o “profani” che le devono adottare per obbedienza di fede religiosa. Questa è la pratica pedagogica che procede da oltre 20 secoli nelle chiese cristiane, in generale, e in quella cattolica, in particolare, in cui il controllo della religione e dell’andamento dell’anno liturgico è prettamente di competenza della gerarchia sacerdotale che svolge, in tale modo, un’assoluta egemonia dell’interpretazione dei testi sacri e della stessa liturgia. Tuttavia, fin dai primi periodi, nella loro particolare organizzazione le diverse comunità cristiane, diffuse dalle regioni mediorientali fino a quelle occidentali dell’antico impero romano, hanno interpretato l’Antico e il Nuovo Testamento ciascuna con la propria autonomia; però, una particolare opera di coesione ideologica, come è noto, risulta espressa dagli Atti degli apostoli e soprattutto dalle lettere di san Paolo, il quale costituisce, di fatto, il grande organizzatore e fondatore del Cristianesimo che diventa Chiesa. Quest’ultima, poi celebrerà numerosi concili e sinodi per stabilire le norme cristiane di comportamento.

In tale quadro, in base ai dislivelli economici e culturali che storicamente si formano in tutte le società, cioè nelle realtà sociali culturali subalterne dei fedeli “laici” o “profani”, ovvero soprattutto delle plebi rurali ed urbane, spesso illetterate, i contenuti profetici veicolati dai racconti evangelici dei miracoli e dei prodigi fatti da Gesù e poi da santi taumaturghi si sono sviluppati e sono stati acquisiti in modo autonomo, producendo particolari forme rituali di religiosità popolare. In questo modo, la fede popolare, può seguire una propria liturgia, basata sulle esigenze e sui bisogni dei fedeli. Ne deriva così il formarsi, a livello popolare, di una grande quantità di devozioni per i santi ai quali chiedere grazie e protezione. I fedeli, dopo aver ricevuto la «grazia» e conseguentemente «protezione», così come impone la norma sociale della reciprocità, cioè dell’istituto del «dono», sentono l’obbligo di ringraziare portando al santo miracoloso un «ex voto» o un’offerta che ricordi a futura memoria «la grazia ricevuta». In tale sistema si colloca l’attuale fede e devozione popolare rivolta a san Pio da Pietralcina, meglio noto come «Padre Pio» dei francescani cappuccini di San Giovanni Rotondo. In questa località, Padre Pio ha vissuto e ha fatto numerosi miracoli che suscitano una forte attrazione di pellegrinaggi per richieste di «grazie»; tra questi pellegrinaggi ci sono quelli organizzati dai gruppi folklorici della F.I.T.P. che annualmente rendono omaggio a «Padre Pio».