Giorni di isolamento. Forzato, certo, in cui si restringe di molto la nostra vita sociale

img

Non ce n’eravamo accorti, di quanto fosse vasto il numero di persone con cui eravamo in contatto, che entravano quotidianamente nelle nostre vite, come noi entravamo nelle loro, così, come se tutto fosse ovvio, scontato, naturale appunto.
Ora che ci è vietato, scopriamo tale importanza e tentiamo di sopperire con una patetica imitazione di contatto: dandoci appuntamenti a un’ora del giorno (mezzogiorno, le sei del pomeriggio…), per far sentire la vostra voce e accogliere quella degli altri, per gridare l’Inno di Mameli, o sussurrare una preghiera. Siamo soli e sappiamo che soli non ci si salva. Ce lo ha ricordato un ultraottantenne affaticato, che ha implorato la sua preghiera dinanzi al crocifisso in una piazza San Pietro insolitamente deserta, abitata soltanto dai suoni delle campane, dalle sirene che sfrecciavano in lontananza. Un momento questo destinato a restare nella storia, come nella storia resterà questa figura di Pontefice che ha il candore dell’innocenza, il profumo della semplicità, che ha il coraggio di dire cose apparentemente banali, ma che hanno significati profondi che dobbiamo riscoprire in noi. I giorni di isolamento. In essi scopriamo quanto sia essenziale la dialettica io–altro, su cui si basa, identità–alterità, su cui si basa l’antropologia e che prima conoscevamo solo per acquisizione teorica, ma che adesso riscopriamo con l’urgenza dell’Erlebnis.

Non si tratta del silenzio che la demoantropologia ha indagato studiandone cadenze e significati molteplici. Io stesso per la fascia folklorica del Sud Italia, e Keith. H. Basso per gli Apache abbiamo individuato numerosi silenzi, dal particolare timbro e significato. Nell’attuale contesto da misure restrittive causa pandemia, abbiamo un silenzio opprimente, un silenzio che vorrei squarciare – come L’urlo di Edvard Munch – per rapportarmi ad altra voce, per essere voce in un coro polifonico.

Tante cose conoscevamo prima a livello teorico: oggi le riscopriamo in una nuova luce, con un diverso sapore. Così è della saliva. La demologia ci aveva insegnato – e noi stessi nelle nostre ricerche sul campo l’avevamo sperimentato – che la saliva nella cultura tradizionale serve anche per togliere il malocchio, che è fattore decisivo di ritrovata vita. Adesso scopriamo che essa può essere apportatrice di morte, che nelle sue goccioline viaggia questo virus tremendo, nemico che si è insinuato nel nostro tempo, devastandolo. Sono macerie le nostre giornate, in cui sono stati sospesi i contatti fisici con gli altri, facendoci accorgere che abbiamo bisogno anche di toccare gli altri, abbiamo bisogno delle loro carezze, dei loro corpi, di uno stare assieme che vivifica i rapporti di affetto, siano essi quegli degli amanti, siano essi quelli dei familiari. Nella mia “nuova” vita quotidiana sono – tanto di più – , importanti gli interlocutori telefonici, con cui scambiare impressioni, valutazioni, scritti e progetti, abbozzi di articoli e di libri. E pensare che, per lungo tempo ho ironizzato sull’oggetto “telefonino” come protesi dell’orecchio che diveniva sempre più indispensabile, da cui eravamo sempre più dipendenti; ora invece lo riscopro come ponte con il mondo esterno ed efficace canale di comunicazione con parenti e amici. Presenza fondamentale di queste giornate è poi per me quella di mia moglie, Patrizia, amorevolmente protesa a rendere sempre più abitabile per me l’hortus conclusus di questa casa, ad assumere generosamente le fatiche della gestione del quotidiano, che così mi vengono risparmiate; a riempire per me questi spazi domestici, illuminandoli con la compagnia, con il suo sentimento; pronta alle mie esigenze e sollecita di sincerarsi costantemente delle mie condizioni di umore, con pazienza si presta ad uscire di casa per le spese alimentari e mediche, necessarie anche per la mia sopravvivenza, costituendosi di fatto come mia connessione col mondo esterno, dal quale comunque sto lontano con pigra indolenza, leggendo, come preferisco, i miei amati libri. È per me poi motivo di gioia quotidiana ricevere da mio figlio fotografie del mio unico nipote, Luigi, di appena sei mesi, che avrei bisogno di prendere tra le braccia ma che dista da me centinaia di km, che posso solo guardare nelle fotografie e godere della sua crescita, delle sue espressioni argute, delle sue espressioni maliziose, delle sue somiglianze con me.

Rapporto con lo spazio, dunque, rapporto con il tempo. Ambedue le categorie che kantianamente sono necessarie per la conoscenza trascendentale e il cui senso avevamo obliato, presi da altro tempo, da altro ritmo.
Era un ritmo veloce, quello, il cui tratto essenziale era il consumo: consumo del tempo, passare il tempo, ma anche consumare noi stessi sprecandolo, consumare gli altri banalizzando i rapporti, rendendoli seriali, reificati. Sarebbe bello dire che, passato questo periodo eccezionale – perché dovrà pur passare – niente sarà come prima, che finalmente riscopriremo valori profondi, essenziali, sui quali incardinare la vita. Non penso che sarà così. Penso invece che, trascorsa la fase eccezionale, quando l’avremo lasciata alle spalle, ci ritufferemo nella vita di prima, ancora più ingordamente, per consumarla, consumandoci. La storia non è – checché se ne dica – magistra vitae: la vita tende a ripetere gli errori ed è da secoli, millenni forse, che ripetiamo sempre gli stessi errori, per quanto tragici essi siano. Ci sono state le pesti cinquecentesche; abbiamo, dai reperti archeologici, testimonianza di pestilenze avvenute nell’antichità classica, abbiamo sentito dai sopravvissuti la strage che nei primi decenni del Novecento fece la spagnola – che mieté milioni di vittime –, eppure siamo stati sopresi dal Coronavirus, come se ingiustamente e per la prima volta venissimo colpiti da un’epidemia. Eterni bambini, eterni irresponsabili. Eppure, nonostante tutto, penso che in questi giorni si sia logorato un paradigma di civiltà, che sia entrata in crisi una Weltanschauung che poneva l’uomo al centro dell’universo, padrone e signore di una natura finalmente domata, anche con una scienza delle cui conquiste ci potevamo gloriare, della cui tecnica potevamo far mostra esibendola in ogni occasione, con le protesi con cui dilatavamo il nostro corpo e la nostra prensilità sul mondo. È andato in frantumi l’uomo prometeico, l’uomo che, novello Sisifo, aveva rubato il fuoco agli dei e aveva fondato una nuova civiltà. Saremo capaci di inventarne una nuova?

Come ha scritto suggestivamente Sergio Givone: «nel mondo dove ci sono zecche, tafani, scorpioni e compagnia cantante, vale a dire la peste e compagnia bella, una più tremenda dell’altra, una più irridente dell’altra la sorte del genere umano che si presume divina – ed è una fortuna che ci siano, così sappiamo in che mondo viviamo –, regna il caso, trionfa la disarmonia, domina la morte. In questo mondo della morte l’Amore non sarà mai un bel gioco come lassù, presso gli immortali, perché sarà sempre e soltanto disperazione. […] tanto meno la Musica potrà essere testimone di gioia, essendo per sua natura evocatrice di ciò che non c’è e non viceversa” (S. Givone, Tra terra e cielo. La vera storia della cupola di Brunelleschi, Milano, Solferino, 2020, p. 142).

Mi viene in mente poi lo splendido volume di Albert Camus su La peste, a Orano, profetica metafora della realtà attuale, vetrino nel quale si rispecchia una tipologia umana che è anche quella dei nostri giorni, che oscillano tra la disperazione e la speranza. Virtù che disprezzavamo perché grigie rispetto ai più vividi colori della creatività che acquistano oggi tutto il loro valore, la loro necessità. Prudenza, pazienza, non suscitano più il nostro scherno, ma impongono come regole di vita per poter contrastare davvero il contagio.

Come pure, adesso, assumono ben altro significato espressioni che prima si snodavano nella banalità del quotidiano: così mascherina, oggi strumento necessario per evitare il contagio, oggetto di grandi gesti di solidarietà, nonché di miserabili truffe, prima indicava le ragazze che gentilmente accompagnavano nei cinema e nei teatri i ritardatari che arrivavano a spettacolo iniziato (ma non al Nuovo Sacher dove dovevano attendere la fine del tempo).
Varrebbe la pena rileggere le pagine sulla peste de I Promessi sposi così come la bella Metafisica della peste di Sergio Givone (Einaudi 2012).

Per quel che mi riguarda, tra l’altro in questi giorni si fa sempre più forte l’esigenza di negare la realtà. Ho avuto sempre la tendenza a negarla, a plasmarla a mio piacimento; anche se questo finiva per essere illusorio, ha funzionato più volte. La realtà è divenuta quella che io avevo immaginato.
Abbiamo scoperto con la nostra nuda fragilità, l’opaca insensatezza dell’essere; e con il virus si è intromessa nella nostra casa un’altra presenza, inafferrabile ma di cui avvertiamo il gelo agghiacciante: la morte. La morte, scandalosa e necessaria, era sempre dolorosa e orribile per il morente, ma tanto più per i sopravvissuti, poteva essere il rituale del distacco, del commiato: chi stava per morire adagiato sul letto, attorniato dai familiari sgomenti, poteva pronunciare le parole che sarebbero state ripetute come grani di estrema saggezza, lasciando così di se ricordo imperituro.

Ora, anche la morte è ancora più brutta: si muore soli – come si è sempre morti –, ma si muore ancora più soli, un’estrema solitudine, a volte senza saluto, senza rituale, se non una pietosa benedizione collettiva accanto ad altre bare di sconosciuti, di cui niente si sa, niente sapremo. Già con Mariano Meligrana avevamo indagato la morte presso la cultura contadina del Sud d’Italia, e sapevamo che una cosa è la morte secondo gli altri, altro è la morte secondo noi stessi. Mariano mi disse, uno dei giorni tra i suoi due tremendi infarti, che “non si attraversa impunemente le regioni della morte”. Così è oggi di questa morte, della cui estrema solitudine non ci sarà alcun risarcimento possibile, anche se questo mio gran parlare potrebbe essere riassunto, banalizzandolo, ripetendo il detto: “altro è parlar di morte, altro è il morire”. Niente di più, ma niente di meno.

Tornando alla questione dello spazio; la Cina. La Cina era lontana, confinata nell’esotismo, nell’altrove. Non è vero che la Cina fosse vicina, come pur ci ammoniva un bellissimo film di Marco Bellocchio (1967); era in un altro continente, lontanissimo da noi, quasi irraggiungibile, noi eravamo ancora protesi a difendere i confini nazionali, un nostro ministro dell’Interno blaterava di confini da difendere dall’invasione dei nuovi barbari, immigrati in cerca di rifugio, mentre il compito che l’ineffabile leader politico si era dato, era quello del “prima gli italiani” sino in un processo di progressiva riduzione in cui in molti ci riuscivano via via all’uno, all’Io, dello stesso ministro che nel suo sforzo prometeico, si deificava. Tutto questo è franato, in un processo di mondializzazione che il virus ci ha imposto dilagando attraverso inefficaci barriere nazionali o continentali.

Ognuno di noi ha scoperto il proprio essere “esule figlio d’Eva”, per cui c’è anche il pericolo, una volta finita la fase dell’isolamento e una volta che vi sia la possibilità di uscirà da casa, ci ritraiamo impauriti, da questa eventualità, disabituati, quindi in fuga da essa, ché il proprio giaciglio è sempre più comodo, come una cuccia, rispetto alle insidie dell’esterno, del tempo e degli altri.
Dai balconi penzolano lenzuoli che dichiarano trionfalmente “dobbiamo credere insieme che andrà tutto bene” riprendendo così la frase da Giuliana di Norwich, mistica inglese vissuta tra il XIV e il XV secolo, dopo aver avuto una visione di Gesù.

Ognuno di noi ha scoperto il proprio essere “esule figlio d’Eva”, per cui c’è anche il pericolo, una volta finita la fase dell’isolamento e una volta che vi sia la possibilità di uscirà da casa, ci ritraiamo impauriti, da questa eventualità, disabituati, quindi in fuga da essa, ché il proprio giaciglio è sempre più comodo, come una cuccia, rispetto alle insidie dell’esterno, del tempo e degli altri.

Dai balconi penzolano lenzuoli che dichiarano trionfalmente “dobbiamo credere insieme che andrà tutto bene” riprendendo così la frase da Giuliana di Norwich, mistica inglese vissuta tra il XIV e il XV secolo, dopo aver avuto una visione di Gesù.
In fondo – come in un suo bel volume Alberto Sobrero ha spiegato attraverso fonti multidisciplinari –, il concetto del “credere” è strettamente connesso alla disposizione dell’uomo a pensare in forma narrativa, che a sua volta deriva dalla caratteristica specifica, che lo distingue dal mondo animale, di avere intenzionalità. (A. Sobrero, Il cristallo e la fiamma. Antropologia fra scienza e letteratura, Roma, Carocci 2009). Ma poi in realtà, «il bisogno di raccontare non avrebbe avuto alcuna forza senza il simmetrico bisogno di credere. Abbiamo tanto bisogno di raccontare quanto abbiamo bisogno di credere, di prendere per “veri” i nostri racconti e se non avessimo tanta propensione a credere avremmo poco da raccontare. […] Gli antropologi si sono interrogati spesso sulla poca coerenza e sistematicità di certe culture, sul fatto che in certe culture possano coesistere credenze che rinviano a norme di base molto diverse fra loro e spesso contrastanti […] Diciamo cultura, diritto, religione, peccato, festa, e pensiamo che esistano effettivamente delle cose di cui questi suoni sono il nome».

Rodney Needham, «facendo propria la lezione di Wittgenstein, arrivava alla conclusione che credere abbia poco a che vedere con il problema della certezza della prova. […] La nostra propensione a credere diventa tanto più tenace quanto più un fatto ci è estraneo o è per principio indimostrabile, come se dovessimo difendere la nostra necessità e il nostro diritto di credere più che il contenuto del nostro credere».
Lewis Wolpert, biologo dell’Università di Londra, afferma che «il credere in cause ed effetti è stato il più grande risultato dell’evoluzione, sia fisica che culturale. L’uso degli strumenti e del linguaggio ha trasformato l’evoluzione umana e prodotto il nostro odierno modo di credere» (Lewis Wolpert, Sei cose impossibili prima di colazione. Le origini evolutive delle credenze, Torino, Codice edizioni, 2008, p. 82, cit. in Sobrero 2009, p. 100); in particolare per l’uomo ciò ha significato il bisogno di “raccontare storie”. La selezione poi ha favorito la propensione a credere anche al di là dei contenuti del credere. Insomma, «da un punto di vista evoluzionistico, credere aiuta l’individuo a sopravvivere […] e spesso aiuta a migliorare la propria autostima e a spiegare in modo soddisfacente eventi non altrimenti comprensibili (Wolpert, cit., p. 27)» (Sobrero 2009: pp. 96-100).