I gioielli nella cultura popolare molisana - Dalla nascita alla morte

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Nella società agro-pastorale molisana, la vita delle donne era segnata da una serie di riti di passaggio. Dalla nascita alla morte veniva osservata tutta una serie di modalità cerimoniali in cui gli ornamenti preziosi avevano la funzione di scandire e segnalare pubblicamente il passaggio dalla condizione di bambina ad adulta, da figlia a fidanzata, da sposa a vedova.

La cultura popolare è talmente condizionata dall’oro e dai gioielli tant’è che ne è fortemente intrisa anche la tradizione orale molisana. Nelle ninne nanne e filastrocche per bambini, le culle sono d’oro e i balocchi d’argento; nelle serenate d’amore le collane sono corde d’oro per acchiappare la donna amata come il cacciatore fa con la preda. La verginità della fanciulla è una dote preziosa al punto tale da avere la vulva d’oro.

Alcune famiglie molisane recano soprannomi come “cella d’oro”, ovvero fallo d’oro, chiara allusione alla marcata virilità degli uomini della famiglia. Nei canti nuziali le lenzuola del primo letto sono ricamate d’oro, i tratti somatici della sposa sono un gioiello in filigrana, le sue virtu’ corrispondono a gemme preziose. Nei canti a dispetto è d’oro persino la pistola usata per consumare la vendetta per un amore non corrisposto.

Già dal momento del concepimento il feto entrava in contatto con i metalli preziosi in quanto la donna fertile, prima dell’amplesso beveva una mistura di vino con polvere d’oro per favorire la nascita di un maschio e gratificare il marito. La cultura popolare molisana abbinava l’oro al sole e all’universo maschile, l’argento alla luna e all’universo femminile.

 

Durante la gravidanza le donne non indossavano collane per evitare la formazione del cordone ombelicale intorno al collo della creatura che portavano in grembo.

Anche durante il parto i metalli preziosi occupavano un posto di rilievo, infatti, era diffusa in tutto il Molise la convinzione che per propiziare successo e ricchezza al nascituro, la levatrice era solita bucare il cordone ombelicale con un puntale d’argento o con uno spillo doro. Nell’acqua in cui doveva essere lavato l’infante, se maschio, dovevano essere immerse monete doro o in mancanza d’argento, per augurare successo economico, se femmina, monili in oro per auspicare un ricco donativo nuziale.

In molti paesi, in occasione della nascita della prole, la puerpera, qualche ora dopo aver dato alla luce la creatura, attendeva parenti e amici seduta nel letto, con addosso gli orecchini indossati il giorno del matrimonio, per preservarsi insieme alla creatura dal malocchio dei visitatori.

Regalare ad una bambina appena nata orecchini a cerchio era un atto di prevenzione e protezione. Il foro al lobo era eseguito con lo stesso orecchino e con un filo che lasciato per qualche giorno, doveva raccogliere le secrezioni e, tolto via, liberava la bambina da poteri ostili e spiriti avversi. L’orecchino era quindi un amuleto magico-terapeutico ed anche gli uomini lo usavano, soprattutto gli anziani, portandolo all’orecchio sinistro o alla narice destra per allontanare gli effluvi di sangue agli occhi e curare il mal di testa.

I doni dei padrini al nascituro in occasione del battesimo erano considerati di obbligo spirituale e consolidavano materialmente il vincolo che si stabiliva tra i compari e la famiglia del battezzato.

 

Quando la giovane adolescente metteva per la prima volta il costume del paese era consentito indossare gioielli di un certo peso. La ragazza arrivata al primo ciclo mestruale manifestava il passaggio fisico sessuale dalla fanciullezza alla pubertà abbandonando gli abiti infantili per vestire i panni delle donne adulte. Il corpetto era l’indumento che meglio garantiva la visibilità della maturità fisica della ragazza che in questo modo “cacciava il petto”. In tale circostanza le madri regalavano alle figlie alcuni gioielli per ornare il primo costume, per far cadere l’occhio sul seno delle ragazze e far intendere che avessero alle spalle anche una buona dote.

 

In occasione del fidanzamento ufficiale, i doni aurei scambiati tra la coppia appena formata, rappresentavano non solo espressioni d’amore ma soprattutto pegni di promessa di matrimonio.

Nel caso di scioglimento del fidanzamento era buona consuetudine darli indietro e non utilizzarli più, perché potevano recare fatture e malefici dettati dal rancore. Solitamente si vendevano per fusione o si portavano nei tesori votivi dei santi.

Il matrimonio era l’occasione principale in cui i gioielli diventavano i protagonisti in assoluto. Il costume nuziale veniva regalato dalla famiglia dello sposo alla famiglia della sposa insieme al donativo aureo. Tanto più era ricco lo sposo tanto più era sontuoso il costume che si regalava. La quantità dei monili indossati dalla sposa assumeva una funzione di status symbol del benessere della famiglia con cui ci si apparentava. Per le famiglie più abbienti, soprattutto pastori transumanti, gli orafi realizzavano enormi collane dette “petti d’oro” o “concertini”.    

Essi veniva sfoggiati poche volte soltanto in ricorrenze particolari come i matrimoni dei parenti più stretti per partecipare al corteo nuziale oppure durante le feste patronali. Se la sposa moriva senza prole i gioielli tornavano alla famiglia del marito. L’ultima occasione per vestire il costume del matrimonio con i relativi monili era la morte. Le motivazioni di questa usanza vanno ricercate nella precisa volontà delle defunte di apparire belle agli occhi di Dio nel giorno del trapasso e, al tempo stesso, ricongiungersi ai cari estinti con lo stesso abbigliamento e preziosi del giorno del matrimonio.

 

Questi gioielli venivano poi recuperati dai parenti poco prima della chiusura della cassa con un rituale strettamente privato, perché ognuno degli oggetti appartenuti al defunto perpetuava la sua memoria e costituiva parte dell’asse ereditario. Non mancano però alcuni paesi molisani in cui si lasciava nella tomba il corredo aureo. Cosa che ha fatto la fortuna di molti becchini molisani. Il centro nevralgico di tutta l’oreficeria molisana fu senza dubbio Agnone, un piccolo paesino in provincia di Isernia che si stacca dalla provincia abruzzese di Chieti nel 1805. Questo luogo denominato l’Atene del Sannio, oggi conosciuto principalmente perché sede della più antica fonderia di campane d’Italia, la Pontificia Fonderia Marinelli, un tempo brulicava di numerose botteghe di orafi che si caratterizzavano per il portale a forma di P rovesciata.

Per dare un’idea, nel 1855 se ne contavano 40 regolarmente autorizzate. In pratica questo era più o meno lo stesso numero di botteghe che si trovavano a borgo orefici a Napoli.

La quantità di gioielli popolari che si sfornava ad Agnone teneva testa a quella prodotta nella capitale del Regno Borbonico creando non pochi dissapori e rivalità. Non mancavano assalti organizzati ad i venditori di entrambi le parti, fatti passare come scorrerie dei briganti ma che in realtà servivano per tenere sotto controllo il mercato e ottenere i modelli di gioielli da copiare per creare maggiore concorrenza.

Il raggio d’azione della commercializzazione dei mercanti agnonesi fu davvero ampio, tant’è che celebravano il natale un mese in anticipo perché si mettevano in viaggio per vendere i loro prodotti, caricati sui cavalli dentro appositi contenitori, con funzione di espositori nelle fiere. Ci sono tracce di gioielli tipici del posto, dal tesoro della Santa casa di Loreto fino alla punta della Calabria toccando anche la Sardegna dove arrivarono sicuramente attraverso i mercanti che partivano dal porto di Napoli. •