Identità composite. La settimana santa di Alghero

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Le cerimonie che si svolgono durante la Settimana Santa ad Alghero (SS) rappresentano un significativo esempio di quanto identità complesse tra loro interagenti possano emergere, affermando la propria forza ed autonomia, nella celebrazione di riti collettivi. A saltare immediatamente all’occhio, in questo caso, non è solo la vivace confluenza tra ortodossia ufficiale e devozione popolare che caratterizza molte celebrazioni del periodo pasquale in tutta la Penisola. Ad emergere è un groviglio inestricabile di intenzioni e proiezioni, rappresentazioni del mondo e del proprio sé, che coinvolge i partecipanti, a vario titolo, alle celebrazioni

Immediatamente riscontrabile nei riti che si svolgono in questo periodo è, ad esempio, la forte influenza catalana che, com’è noto, costituisce componente fondamentale dell’identità cittadina. È impossibile nella Settimana Santa di Alghero non «cogliere come questa manifestazione possa essere ancora oggi motivo di espressione di catalanità e, quindi, della rappresentazione di una particolare, specifica identità culturale» (Atzori 2003, p.137). Questo garantisce una certa fortuna ed affluenza alle varie cerimonie, cui partecipano, con eguale fervore, sia i cittadini che i rappresentanti delle confraternite, cui si aggiungono numerosi turisti e fedeli, non di rado provenienti da comunità catalane.

Le prime attestazioni storiche delle manifestazioni liturgiche e paraliturgiche che hanno luogo ad Alghero durante la Settimana Santa risalgono all’anno 1649, quando il vescovo Vincent Augusti Claveria Sants descrive la partecipazione alla processione del Giovedì Santo del 1625 da parte di tre Confraternite: la Confraternita del Rosario, quella dell’Orazione e Morte e, infine, quella della Misericordia. Attualmente, proprio questa Confraternita, i cui componenti sono indicati con l’appellativo Germans Blancs, è protagonista della maggior parte dei riti della Settimana Santa, che si volgono col patrocino dell’amministrazione comunale cittadina. Nata nel XVII sec. col compito di raccogliere le elemosine per la redenzione dei cristiani ridotti in schiavitù dai corsari barbareschi, la Confraternita si regge prevalentemente sul volontariato degli affiliati, svolgendo varie attività di assistenza sociale ed occupandosi dell’organizzazione del complesso sistema cerimoniale.

Stupisce ed insieme è estremamente indicativo di quanto queste celebrazioni coinvolgano ogni categoria della compagine sociale, che l’organizzazione della prima cerimonia connessa al ciclo pasquale non sia però appannaggio della Confraternita della Misericordia. Si tratta della Procesó del Nostra Senyora de les set dolors, la processione della Madonna Addolorata, organizzata dai fedeli della chiesa di San Francesco, che ha luogo il venerdì di Passione, quello precedente la domenica delle Palme. Protagonista il simulacro settecentesco della Madonna dei Sette dolori, trasportato dalla chiesa di San Francesco in una processione che si snoda per le vie del centro storico. Tradizione vuole che questa processione sia stata istituita dalle nobildonne algheresi, per cui costituisce significativa rivendicazione di partecipazione femminile a riti che, soprattutto a seguito degli antichi divieti dell’inquisizione alla partecipazione delle donne a cortei e sacre rappresentazioni, si sono strutturati attorno ad una netta prevalenza della componente maschile. Non a caso, viene quindi definita dagli algheresi anche come Procesó de les dames. Di forte impatto emotivo e della durata di circa un’ora, vede due file di donne sfilare dietro il simulacro della madonna con in mano fiaccole riparate da carta rossa, i farols, e si conclude nella chiesa di partenza con una funzione che rievoca i sette dolori della Madonna e l’esposizione del simulacro alla devozione dei fedeli.

La Cerimonia mattutina della Domenica delle Palme non presenta significative differenze con altre località dell’isola: le palme intrecciate vengono benedette durante la liturgia e portate a casa dai fedeli, con evidente scopo apotropaico. La sera dello stesso giorno dopo la funzione, i confratelli della Misericordia in abito cerimoniale allestiscono il simulacro di Cristo (Sancristus) di cui hanno custodia durante il resto dell’anno. L’originale Cristo ligneo seicentesco di stile barocco, sostituito dal 1985 da una copia identica per il divieto da parte del Ministero dei Beni Culturali di utilizzarlo nelle celebrazioni, è oggetto di intensa devozione da parte dei cittadini. La leggenda del suo fortunoso ritrovamento dentro una cassa arenata a seguito di un naufragio, comune ad altre città costiere italiane, sottolinea l’indissolubile legame che lega la città al mare. Durante le operazioni, i nove confratelli incaricati della deposizione cantano il Miserere. Di alto impatto suggestivo è la Processione dei Misteri (Processó dels Misteris), che ha luogo la sera del Martedì santo e prende avvio dalla chiesa di San Francesco, dove sono custoditi i simulacri, fino alla cattedrale di Santa Maria e poi riportati indietro. In questa occasione, i confratelli indossano la divisa listata a lutto mentre le consorelle indossano un velo nero.

Il Giovedì Santo si svolge la cerimonia de Las celcas: partendo dalla chiesa la Misericordia, uomini e donne della confraternita trasportano di chiesa in chiesa il simulacro della Madonna dei Sette Dolori alla disperata ricerca di Gesù. La ricerca non ha esito positivo e così Nostra Signora dei sette dolori viene riaccompagnata alla Misericordia, dove i fedeli cantano inni religiosi in algherese. Dalla stessa chiesa si muove una processione che accompagna il simulacro di Cristo fino alla Cattedrale. È il momento del rito dell’Arborament (lett. “inalberamento”) durante il quale i confratelli della Misericordia innalzano solennemente sull’altare il Santcristus, attorno a cui, successivamente, si accalcano i fedeli.

La celebrazione del Venerdì Santo ha inizio alle venti circa. Mentre in cattedrale si svolge il rito dell’adorazione della Croce (popolarmente definito “Missa Fugi Fugi”), tra le 19 e le 20, nella chiesa della Misericordia si predispongono i preparativi per il successivo rito della Deposizione (“Desclavament”). I protagonisti indossano i propri costumi: i “varons” il turbante ed una tunica senza maniche verde scuro sopra un camice bianco; Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, un tempo selezionati fra i cittadini nobili o laureati, ora fra i confratelli, una stola azzurra e una fascia verde.

Alle 20.00 circa, parte il corteo processionale verso la chiesa di Santa Maria, comprendente, oltre i quattro varons, devoti in costume popolare catalano, confratelli e consorelle della Misericordia, rappresentanti delle confraternite ospiti, e nove bambini in camice bianco recanti altrettanti vassoi (“fuentes”) con gli strumenti da utilizzare durante la deposizione. Partecipano al corteo anche rappresentanti delle forze dell’ordine e il sindaco con la fascia tricolore. Il corteo diretto alla chiesa di Santa Maria, procede lungo le viuzze della città vecchia, vede in testa la croce bianca con a fianco due lampioni. Seguono, nell’ordine, la statua di San Giovanni e il baldacchino, i rappresentanti delle confraternite, i bambini, la lettiga in cui verrà deposto il corpo di Cristo, chiamata dalla popolazione “bressol” (culla), la statua della Madonna trasportata da marinai in congedo e una folla di fedeli.

La Deposizione del Cristo dalla croce (“Desclavament”) costituisce uno dei momenti più intensi e partecipati della Settimana Santa algherese. Quando la processione entra nella cattedrale gremita, ogni personaggio della sacra rappresentazione si colloca al proprio posto ed ha inizio il rito. Issato sulla croce e al centro della scena, il simulacro. Il predicatore dà inizio ad un sermone che ha lo scopo di rievocare la vita di Gesù soffermandosi sugli eventi salienti della Passione, fino a giungere al momento culminante della celebrazione, quello della deposizione. Di volta, in volta, i figuranti mettono in scena gli eventi narrati. Terminato il rito, ha luogo una processione durante la quale il simulacro è portato, con tutti i simboli della Passione, lungo le vie della città, illuminata dai farols e dalle luci dei lampioni, anch’essi ricoperti da un drappo rosso. La processione arriva a notte fonda nell’oratorio della Misericordia.

Infine, la mattina della domenica di Pasqua, intorno alle dieci, si costituiscono due distinti cortei; uno maschile, che parte dalla chiesa della Misericordia per accompagnare il simulacro del Cristo redentore; l’altro, composto dalle donne e dalle consorelle, parte invece dalla chiesa di San Francesco, con la statua della Madonna Gloriosa trasportata da ex marinai. All’incrocio tra le vie Carlo Alberto e G. Ferret, le due processioni s’incontrano, ed avviene l’avvicinamento delle statue, con rispettivi inchini ottenuti con un leggero abbassamento delle predelle. L’evento è sottolineato da un ricco panorama sonoro: gli spari a salve dei fucili e dei mortaretti si accompagnano al suono festoso delle campane di tutte le chiese. Le due processioni si fondono in un unico corteo, cui partecipano le corporazioni di arti e mestieri con i propri vessilli, fino alla chiesa della Misericordia, dove si celebra la Messa pasquale in lingua catalana, popolarmente definita “la missa de los mocols beneits”, poiché in passato venivano distribuiti i moccoli di candela rimasti dalle cerimonie. Ha luogo la distribuzione del pane benedetto e dei fiori che adornano le statue, cui la tradizione popolare attribuisce funzione protettiva.

Da una parte, le singole manifestazioni liturgiche paraliturgiche che hanno luogo durante questo periodo, ed in particolare le numerose processioni attraverso cui si attuano appropriazione e sacralizzazione dello spazio, si dimostrano, tuttora, valido strumento di espressione di identità vive e composite, di volta in volta locali (sardi, algheresi-catalani), sociali (fedeli, confratelli, forze dell’ordine, gerarchie ecclesiastiche), persino, più specificatamente, di genere (confratelli e consorelle). Dall’altra, come risultato storicamente determinato di un lungo processo di adattamento ed acquisizione da parte della popolazione locale di segni, espressioni simboliche e rappresentazioni rituali adeguate alle circostanze persistono, e continueranno a persistere proprio in virtù della loro adattabilità.