Il Gondoliere: un mestiere tra tradizione e innovazione

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La tradizione risale al lontano 1873. È divenuto oggi il più grande evento carnevalesco italiano.

Nel particolare ambiente lagunare veneziano caratterizzato da acque tranquille, si è sviluppata una tecnica parti-colare di voga a un solo remo, stando ritti in piedi sulla poppa dell’imbarcazione e guardando avanti. Nei seco-li, questa postura ha comportato lo sviluppo di quello che è considerato il punto d’arrivo più raffinato tra le im-barcazioni locali: la gondola (Crovato, 2004).

In una città strettamente legata all’acqua, l’elaborazione di una cultura interconnessa con l’ambiente marino e le paludi costiere è stata un esito naturale e fin da un lontano passato, marinai, traghettatori e barcaioli sono state figure indispensabili al tessuto socio-economico delle co-munità locali.

Tra le diverse imbarcazioni, la forma snella della gondola, nonostante i suoi 11 metri di lunghezza, consente agili e veloci collegamenti tra gli angusti canali della città e tra le isole, affermandosi, fin dal secolo XI , come il mezzo di trasporto privilegiato.

Questa imbarcazione lagunare è stata negli anni ampiamente studiata (si veda per esempio Munerotto, 2010), descritta, analizzata in tutti i suoi aspetti e le sue sfaccettature. In questi lavori sono stati lasciati ai margini gli uomini che la “governano”, troppo sovente confinati entro una riduttiva ottica turistico-romantica, e quindi slegati dall’attuale realtà socio-culturale della città; problematica che, invece, qui si tenterà di proporre sinteticamente per fare emergere i gondolieri dalla condizione stereotipa in cui spesso sono stati confinati.

In questi ultimi anni, essi sono sovente considerati alla stregua di una “maschera” tipica (chiunque lo desideri, può ormai acquistare un “costume” da gondoliere) e sono diventati un simbolo del carnevale veneziano.

Infatti, durante il carnevale, tra le manifestazioni principali compare l’inaugurale corteo di gondole e maschere e il Gran Ballo dei Gondolieri, ma si tratta di manifestazioni ad uso e consumo del mercato turistico e prive di al-cuna origine storica.

In tutti i casi, si deve considerare che si tratta di un mestiere che nell’arco di cinquant’anni ha visto grandi cam-biamenti, gli stessi che ha avuto Venezia, con il suo ingresso nel circuito turistico, una sorta di nuovo Grand Tour della fine del secondo Millennio, che ha trasformato i gondolieri in operatori turistici e in figuranti in co-stume, pur conservando inalterate alcune caratteristiche e consuetudini salienti della professione.

Infatti, nono-stante quella che si può definire una riconversione del loro lavoro, i gruppi di gondolieri rivendicano, ieri come oggi, la loro libertà professionale e nello stesso tempo la necessità di darsi regole e gerarchie interne.

Pertanto, se ne ricava un ritratto che connette anche le caratteristiche psicologiche, culturali e sociali di un mestiere con le caratteristiche del lavoro, con le acque urbane non del tutto domesticate (come tutti gli elementi della natura), con la costante necessità di costruire relazioni con i compagni di lavoro, con i clienti, con la città (Vianello, 2011).

Difatti il mestiere di gondoliere si è preservato fino ai giorni nostri, non come un anacronistico reperto del passato, bensì come un’attività vitale e ambita da molti giovani veneziani. Fino all’inizio degli anni Ottanta del ‘900 quello del gondoliere era un mestiere povero che si trasmetteva dal padre al primogenito che lo apprendeva da bambino.

La stagione lavorativa per i gondolieri era breve e andava grossomodo dalla festa del Redentore di luglio alla competizione di voga della Regata Storica di settembre ed era chiamata “i settanta giorni del gelato”. I turni di lavoro iniziavano all’alba e potevano terminare a notte fon-da e per questo poteva accadere di dover dormire a bordo della gondola.

Poi la mattina ci si lavava a una fonta-na, ci si pettinava per essere presentabili e si iniziava il lavoro. Era questo il mestiere del gondoliere da nòlo, noleggio, cioè colui che, come ancora oggi, porta le persone a passeggio lungo i canali, anche se all’epoca si ef-fettuavano pure i servizi di transfer tra gli alberghi e il porto o la stazione.

Durante l’inverno si facevano attività diverse, come per esempio il lavoro nelle fornaci per la produzione del vetro nell’isola di Murano. Erano considerati più fortunati sotto l’aspetto economico coloro che si dedicavano al servizio di paràda, nel gergo professionale era il lavoro di traghettare le persone da una sponda all’altra di un canale, perché era una prestazione richiesta nell’arco di tutto l’anno (Zanelli, 2004).

Fino agli anni Settanta del ‘900 il servizio di tra-sporto pubblico non era diffuso come oggi e le gondole dovevano garantirlo 24 ore su 24, in ogni stagione e con qualsiasi tempo. Era un lavoro faticoso, fatto di turni di notte, di freddo, di pioggia e di vento, e talvolta an-che di qualche scazzottata, ma ambito da molti per la maggiore sicurezza reddituale.

Infine, vi era la specializzazione di mestiere più apprezzata: il gondoliere de casàda, di cui gli ultimi esponenti ancora in attività si incontrano negli anni Sessanta secolo scorso. Questo gondoliere era quello che tra i colle-ghi riceveva il trattamento economico migliore in quanto aveva un reddito sicuro ogni mese durante tutto l’anno (Vittoria, 1981).

A controbilanciare il miglior trattamento economico vi era, però, il fatto che doveva es-sere a disposizione dei padroni in qualsiasi momento del giorno e della notte e con qualsiasi tempo. Per questi motivi viveva a palazzo, dove gli era riservato un piccolo appartamento.

In seguito, con l’impoverimento del patriziato veneziano, l’appartamento diventò una stanzetta che il gondoliere divideva con la moglie e che dove-va abbandonare alla nascita di un figlio. Grande era il senso del dovere e il rispetto del gondoliere verso il pa-rón, padrone.

Infatti, un gondoliere de casàda non si considerava alla stregua di un qualsiasi servitore e defi-nirlo in tal modo era ed è ancora molto offensivo. Gli anziani gondolieri de casàda descrivono questo loro ruo-lo come quello di una persona di fiducia della famiglia, un custode del palazzo e il depositario di segreti e con-fidenze.

Oggigiorno tutto ciò non esiste più. I gondolieri sono ben consci che la loro sopravvivenza è dovuta al turismo e si sono organizzati di conseguenza per incontrare le esigenze del nuovo mercato. Ecco che, da alcuni decenni, in molti (quasi 300 gondolieri su 433 in attività, ai quali vanno aggiunti circa 150 sostituti) si sono specializzati nel servizio detto di carovana, come sono gergalmente chiamate le comitive turistiche: cioè un lavoro sicuro poiché prenotato in anticipo dalle agenzie.

Attualmente non tutti i gondolieri vedono di buon occhio questa evo-luzione e denunciano il sistema in quanto riduce la loro prestazione al lavoro in catena di montaggio limitando la libertà individuale (Vianello, 2011).

A questo punto sorge naturale il quesito come, nel passato, i gondolieri rimanessero legati a un mestiere fatico-so e molto povero. È probabile che la risposta la si trovi nella particolare condizione di libertà in cui gondolieri hanno sempre operato, status sociale che consentiva loro di darsi regole e gerarchie interne alla propria orga-nizzazione professionale; per esempio, un tempo “libertà” era anche il modo in cui si denominava la licenza di gondoliere (Sarfatti, 1885; Cossato, 1956).

Spiega un gondoliere che l’aspetto più apprezzato del loro lavoro è: «non avere padroni, nessuno che ti dà ordini; se un giorno vuoi stare a casa puoi farlo, se vuoi mettere un so-stituto lo metti. Sei libero». Ed è questa consapevolezza di non dover rispondere a nessuno, se non al proprio bancàle (una sorta di caposervizio), che porta i gondolieri ad essere irriverenti e sfrontati, talvolta anche irasci-bili, con chiunque. Secondo loro la libertà è la vera forza della categoria.

In realtà questa condizione è anche il loro lato debole. Essendo ogni gondoliere una ditta individuale, nonostante l’accentuato corporativismo che li contraddistingue, spesso la categoria si ritrova frazionata al suo interno. Questo li rende deboli ogni qualvolta necessiti unità d’intenti e ne sminuisce il peso all’interno della comunità cittadina.

Proprio da tale aspetto ideo-logico sono sorti negli anni dei conflitti con le istituzioni locali di cui rifiutano ogni ingerenza normativa che non sia appartenente alla consuetudine. Ogni azione da parte del governo cittadino è percepita come un tentati-vo di privarli della loro libertà, controllarli e sottometterli da parte di quelle che ai loro occhi sono delle entità anonime che nulla sanno del loro mestiere.

Anch’essa basata su norme consuetudinarie, l’organizzazione del lavoro è complessa e ricalca quello che era il sistema dei traghetti: i luoghi dove sostano le gondole (attualmen-te esistono 10 traghetti). Vi sono innanzitutto le mariègole che stabiliscono i confini entro cui può esercitare un gondoliere appartenente a un determinato traghetto al fine di evitare dispute e conflitti interni (Boerio, 1993; Ninni, 1890).

L’organizzazione del lavoro è piramidale con al vertice il presidente dei bancàli, eletto dall’assemblea dei bancàli. La carica elettiva dei bancali è simile a quella dei caposquadra e devono rispondere dell’attività del singolo traghetto: far osservare i regolamenti interni e la disciplina ed eventualmente assegnare le punizioni (Marangoni, 1970; Sarfatti, 1885).

Mediamente a ogni bancàle sono affidati una decina di gondo-lieri. L’incarico non sempre è vissuto come prestigioso ed è considerato in genere faticoso, tanto che molti lo rifiutano; infatti, spesso subentra la dimensione umana che trasforma il bancàle in una via di mezzo tra uno psicologo e un’assistente sociale. Per questo tale carica è detta “fare il servitore dei gondolieri”.

Nei traghetti, infine, il lavoro è regolato dalla tabella di volta, per volta si intende un lavoro con dei clienti. È questo uno strumento tradizionale atto a evitare dispute. Si tratta di una lunga tabella di legno, un tempo scolpita dai gondo-lieri stessi, in cui sono inserite delle striscioline colorate con il nome o più spesso il soprannome del gondolie-re.

Ogni lavoro, la “volta” appunto, è assegnato al primo gondoliere in tabella, che poi scende all’ultimo posto. Il lavoro dei gondolieri, in conclusione, merita di essere considerato anche come un’esperienza umana di valore nella cultura di Venezia.

Difatti, di loro e con loro è possibile ricostruire la cultura di un particolare lavoro, un lavoro speciale per una speciale città definibile anfibia. Inoltre, la capacità di darsi autonomamente delle regole e allo stesso tempo il sapersi auto-adattare al cambiamento dei tempi ha contribuito in maniera decisiva alla tutela e valorizzazione dell’antico mestiere del gondoliere, ovvero di traghettatore nei canali di Venezia e delle paludi della costa veneta.