Il silenzio della tradizione

img

Con il numero delle vittime dell’epidemia che ancora non diminuisce e con la cifra che è già stata raggiunta, è difficile pensare all’evento che ha marcato questo anno bisesto (anno funesto, secondo quando ammonivano i proverbi) con la distanza dello sguardo etnografico.
Anche le città toscane che pure sono state colpite in misura minore rispetto ad altre, hanno accolto salme provenienti dal Nord per la cremazione. I racconti degli infermieri che assistono gli anziani morti nell’isolamento più totale ci dicono quando il morire possa essere disumanizzato: tanto il morire quanto il piangere; morte di massa e sepoltura seriale. Ogni traccia delle persone defunte deve essere rintracciata nel prima, prima che si ammalassero, prima che venissero prelevate dagli addetti al trasporto in ospedale.

I passaggi che consentono culturalmente l’elaborazione del lutto e portano, come scriveva Ernesto de Martino, a superare la morte nel valore, sono saltati di punto in bianco. Persino laddove l’elaborazione del lutto aveva assunto i connotati anestetizzati e burocratizzati dell’obitorio è saltato quanto restava della socializzazione del cordoglio – il piangere insieme che unifica i sopravviventi, la constatazione visiva, sensoriale della morte. Il passaggio dall’ammalarsi al niente si produce senza tutto questo. è una morte diversa quella che l’epidemia ha comportato per decine di migliaia di persone, mutilando le loro famiglie anche degli strumenti culturali per darsene una ragione.

La pratica ha raggiunto la metafora: la scomparsa, adesso, è diventata letterale, l’eufemismo registra banalmente ciò che accade. La persona scompare, ne restano come traccia dei documenti (carta e parole scritte) e forse un’urna – un oggetto. Laddove è rimasto un feretro, non ci sarà stato funerale: di nuovo un certificato di avvenuta tumulazione sostituirà l’esperienza delle cerimonie e dei gesti che davano senso all’elaborazione collettiva del dolore. La riunificazione della cerchia parentale, degli amici, la sottolineatura delle relazioni più strette – nel privilegio di portare a spalla – e l’esperienza sensoriale che traduce in memoria incorporata la partecipazione ad ogni rito, quelli funebre inclusi, non si sono prodotte. Morte e scomparsa cono diventati sinonimi: ci sono, purtroppo e ovviamente, altri precedenti: sul piano linguistico diventa irresistible l’attrazione con il fenomeno dei desaparecidos, che ha marcato le vicende delle dittature sudamericane, quando un diverso virus, ma altrettanto letale, impose alle generazioni adulte e mature le morti dei loro giovani. Non è un caso che furono le madri a portare a Plaza de Mayo il loro straziante messaggio, la richiesta – consapevolmente retorica – di rivedere in vita chi era semplicemente scomparso.

Ma non dobbiamo tornare così indietro. Se è corretta la stima degli oltre trentamila migranti scomparsi nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le coste italiane, sappiamo che là dove decisero di partire, oggi elaborano una scomparsa senza un corpo da piangere, senza un rito da consumare. Negli ultimi due casi, la scomparsa si associa al silenzio, al non sapere, al dover decidere che chi non dà più notizie non ne darà più per sempre. Uccidere in cuor proprio è come associarsi agli aguzzini, diventarne complici o supplenti. Nel caso dei morti per il covid 19, non c’è un calcolo politico come quello che ispirò il piano Condor e che perpetrò, nascose, giustificò, l’omicidio politico di massa, né agisce il cinismo della doppiezza politica sovranista – respingere e negare diritti per reclutare in realtà forza lavoro clandestina- che ha portato alle morti in mare di chi cercava asilo e speranza. C’è tuttavia un calcolo che pesa sulla coscienza collettiva: il calcolo di quanto valga la vita; quale gioco valga la candela.

Il gioco è il nostro diritto a vivere, a schivare il rischio del contagio e a non portarlo in giro; la candela è quanto avevamo accumulato in fatto di risposte culturali al morire, in generale, e, in particolare, quanto avremmo voluto fare o dire perché il commiato da qualcuno che ci è caro esitasse in memoria, in patrimonio di affetti. La candela che abbiamo consumato è fatta di quanto restava della socializzazione del cordoglio: l’occidente ha teso a marginalizzare l’evidenza della morte, a trasformarla da fatto umano a pratica burocratica, ma in forme e modi diversi – diversificati per infinite ragioni storiche, per il diverso influsso della dimensione religiosa, per il peso delle tradizioni locali – il lavoro di elaborazione della morte era rimasto un fatto eminentemente sociale.

Il gioco, stavolta, ha valso la candela: il diritto di non perdersi, insieme al morto e per la sua stessa malattia; il dovere di non perdere altri, l’imperativo morale di contribuire alla scomparsa del rischio per tutti e per l’umanità intera, ha valso il prezzo culturale del silenzio e del congelamento di quelle risorse necessarie a restituire un senso umano e socialmente condiviso al morire. Non c’è un fascismo né un egoismo sovranista e razzista cui ricondurre le responsabilità; la preclusione dal ricorso alle risorse tradizionali è giustificata e spiegata da ragioni positive: ma i suoi effetti sono, per questo, solo parzialmente attenuati.

Il silenzio della tradizione si rispecchia, inoltre, nel programmato silenziamento delle ritualità previste dal calendario: prescindiamo dalle altre solenni prescrizioni, intervenute sia in campo religioso - la sospensione dei pellegrinaggi alla Mecca- che in quello para-religioso degli sport globali –l’annullamento del torneo di Wimbledon- che delle tradizioni globalmente riconosciute e celebrate – lo spostamento del Palio di Siena. Il periodo della clausura domestica e la prescrizione del rispetto della distanza – distanziamento sociale – non poteva coincidere con un momento del ciclo calendariale più ricco e impegnativo! La Quaresima, iniziata il 26 febbraio – poco meno di una settimana dalle prime misure restrittive- sarebbe esplosa, a partire dalla Domenica delle Palme, in un fuoco di artificio di eventi, marcati dalla cornice religiosa ma decisamente ipertrofici rispetto ai requisiti, e spesso ai limiti, della liturgia! Dalle Palme in poi il nostro paese- per tacere del resto dell’orbe cattolico, ed in particolare dell’Andalusia sprofondata anch’essa nel silenzio – sarebbe stato assorbito da un impegno in arredi urbani, allestimenti teatrali, processioni, performance corali, unificato da due principi di fondo: il massimo comun divisore dell’elemento religioso e il trionfo della coralità: stretti gli uni agli altri, credenti e non credenti, residenti e turisti, residenti e emigrati rientrati per la circostanza, studenti fuori sede e gli amici che li hanno raggiunti, avremmo visto gli eventi della settimana santa snocciolarsi come tradizione vuole, oggettivando nella dimensione collettiva il “noi” che ogni tradizione sostiene, alimenta e perpetua. Le sacre rappresentazioni , da Venaus a Erto, a Grassina, a Cantiano, a Francavilla di Sicilia; la fiumana di violini che a Chiesti fanno risuonare lo struggente misere di Selecchy, le centinaia di voci che a Campobasso danno vita all’architettura sonora del “Teco vorrei”, le processioni che sui ritmi cadenzati delle marce funebri lasciano fiorire le polifonie delle confraternite, come i Battenti a Minori, si sarebbero svolte tutte sotto il segno della condivisione gomito a gomito. Tutti fuori da casa: nei bar, per le strade, ad attendere, nelle sagrestie a vestire i panni penitenziali, schierati nei ranghi delle bande musicali, tutti i noi che costituiscono la nostra collettività domestica e quotidiana, avrebbero fatto l’esperienza della comunità temporanea, della confusione e della fusione come ricorda Victor Turner rimandando all’esperienza del “flusso” e di come l’ascolto collettivo – o il canto, il suono, il camminare, collettivamente prodotti- generino questa esperienza del “Noi”, sovraordinato, un noi che per molti è il sacro, per qualcuno è il “noi sociale” che il patrimonio rituale e le competenze espressive o artistiche rende esperibile anche a chi al sacro non crede. I Miserere, gli Stabat Mater accompagnano, ogni anno, le Addolorate, le Solitarie, le madonne vestite a lutto che piangono il proprio figlio: anche nelle processioni meno partecipate, quelle delle comunità locali minate dallo spopolamento e dalla dispersione, la dimensione corale resta presente, malgrado l’entità anche minima, della massa che può raccogliersi; anche nelle aree in cui il raffreddamento della pietà popolare ha portato alla sterilizzazione dei linguaggi della tradizione, il tema portante è quello del lutto: le statue, antiche o moderne che siano, raccontano di un evento tanto drammaticamente semplice quanto la morte e la vergine abbrunata che segue il feretro del figlio resta come emblema di un accompagnamento, di un lutto presente, in un elaborazione in atto. L’Addolorata assorbe il bisogno di condivisione del lutto delle comunità che le sfilano dietro, che l’attendono alle finestre, che la guardano passare; funziona non solo perché le note straziate delle trombe, l’andamento calante delle melodie, l’incalzare profondo dei tamburi a bordone ci “dicono” quel suo dolore, ma perché sappiamo che ogni dolore umano è integralmente nostro, che ogni lutto è nostro anche quando non ci tocca da vicino. La lezione implicita nella tradizione della settimana santa, ed in particolare della processione del venerdì, è quella della umana condivisione dei limiti umani, morte compresa. Quest’anno, al silenzio delle morti individuali, alla reclusione dei nuclei familiari-quanto troppo ridotti rispetto al perimetro degli affetti! - si accompagnerà anche il silenzio dell’elaborazione solenne, performativa, sublime di “quella” morte, messa a disposizione come metafora per la morte di tutti.

L’epilogo della settimana santa, poi, con le messe in scena dell’incontro: dalla Madonna che scappa a Sulmona ai riti del Vasa Vasa in Sicilia, ci avrebbe confermato nella certezza del superamento della morte nel valore; ci avrebbe detto che se umano è morire, umano è rivivere, che umana è la speranza.
Come a Venezia sono tornate trasparenti le acque dei canali, così il silenzio della tradizione lascia emergere delle verità dimenticate, sarà nostra responsabilità farne tesoro, e non tornare al prima così come era ma correggendolo nei limiti che, ora, ci appaiono evidenti. Le tradizioni sono a disposizione di chi voglia pensarci. di chi voglia correggere, per poi tornare a far risuonare le trombe e i tamburi, i fuochi e le castagnole, in una nuova e diversa consapevolezza di ciò che ci rende umani.

Fonti e rinvii per approfondimenti

Altin, Roberta 2015, Morti migranti. Spazi liminali tra vita e morte di africani in Italia, in Adriano Favole (a cura di) La famiglia di fronte alla morte. Etnografie, narrazioni, trasformazioni, Fondazione Ariodante Fabretti ONLUS, Torino, pp. 103-132

Ariés, Philippe 1989, Storia della morte in Occidente: dal Medioevo ai nostri giorni, Milano, Rizzoli.

Buschmann, Albrecht & Luz C. Souto (a cura di) 2019, Decir desaparecido(s). Formas e ideologías de la narración de la ausencia forzada, Berlino, LIT Verlag

Butler, Judith 2013, Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza, Milano, Postmedia Books

Di Nola, Alfonso M. 2001, La nera signora: antropologia della morte e del lutto, Roma, Newton Compton

De Martino, Ernesto 1958, Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Milano, Boringhieri

Favole, Adriano (a cura di) 2015, La famiglia di fronte alla morte. Etnografie, narrazioni, trasformazioni, Torino, Fondazione Ariodante Fabretti ONLUS

Gatti, Gabriel (a cura di) 2017, Desapariciones. Usos locales, circulaciones globales, Bogotá, Siglo del Hombre Edi tores/ Universidad de los Andes, 2017

Horsti, Karina 2019, Digital materialities in the diasporic mourning of migrant death, “European Journal of Communication”, vol. 34, n. 6, pp. 671 –681

Imbriani, Eugenio 2020, Storie virali. Un’epidemia quaresimale, Atlante, Treccani, 21 marzo 2020

Mirto, Giorgia 2019, La sepoltura delle vittime delle frontiere in Italia, “Lares”, Anno LXXXV n. 149-84, 2019

Schechner, Richard 2018, Introduzione ai Performance Studies, (a cura di D. Tomasello), Imola, CuePress

Turner, Victor 1986, Dal rito al teatro, Bologna, Il Mulino