Le maschere di Tricarico e il Dio Contadino

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Le maschere di Tricarico mettono in scena una mandria in transumanza che, con il suono cupo e monotono dei suoi campanacci, segna magicamente le vie cittadine dopo aver preso la benedizione nella piccola chiesa di Sant’Antuono, ossia Sant’Antonio Abate protettore degli animali, appena fuori il centro abitato sulla via Appia, e dare così inizio al Carnevale. All’alba del 17 gennaio la cittadina viene svegliata dal suono dei campanacci agitati fragorosamente dalle maschere rappresentanti una mandria di mucche e tori: le “mucche”, ossia ragazzi e gente di ogni età, vestiti con mutandoni e maglie di lana bianchi, cappello a larga falda riccamente decorati da cui scendono numerosi nastri colorati e un velo bianco sul viso, in vita hanno uno scialle di raso piegato a triangolo e anche sul gomito, sul ginocchio e al collo hanno sgargianti foulards a triangolo; i “tori” invece sono vestiti interamente di nero, compresi i nastri del cappello tranne rari nastri rossi che scendono lateralmente dal cappello, e fazzoletti rossi a triangolo che coprono gomiti e ginocchia. Sono guidati dal capomassaro, dal sottomassaro e dai vaccari e rappresentano la transumanza che in quei giorni si effettuava dalla montagna alla marina. Si racconta anche che un barone introdusse questa festa per rendere grazie a S. Antuono per la guarigione del suo bestiame. Tricarico è una cittadina lucana dalla storia ultramillenaria, che dall’epoca normanna al 1605 fu sede della contea dei Sanseverino, conti di Tricarico e principi di Bisignano. La presenza del conte e della contessa, a chiusura della sfilata, ricorda la struttura feudale della società, e la transumanza con il trasferimento di uomini e masserizie dà conto di un’economia agro-pastorale.

C’è anche una leggenda che lega l’origine del Carnevale al Santo: si racconta che fu proprio lui a travestirsi nella grotta quando fu visitato dai nemici; vestito così e con un campanaccio suonante, i Diavoli lo scambiarono per vacca e lui riuscì a mettere in salvo le immagini sacre di Gesù e della Madonna.

A Tricarico esisteva il culto di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e della povera gente, e la chiesa a lui dedicata attualmente viene aperta solo il 17 gennaio, ma in passato il Santo aveva ben due giorni di festa, come scrive il poeta tricaricese Rocco Scotellaro in un prezioso racconto intitolato “Il dio contadino”, pubblicato nel febbraio del 1950 su una rivista svizzera molto diffusa tra gli emigrati italiani, «Journal», in un numero interamente dedicato ai carnevali d’Italia, in cui ci da uno spaccato di come si svolgeva il nostro carnevale in passato. “Tutti gli anni, a maggio, i contadini adornano le bestie di nocchette rosse e se le tirano dietro sulla pista dei tre giri. Allora è la vera festa, ognuno paga un mortaretto per suo conto e tiene piazza la banda locale con le sue trombe stridule. Nessun altro santo ha un giorno di maggio e uno di gennaio…Questo è il santo della Tebaide, anacoreta, che qui da noi è trasfigurato: guerriero leggendario e Prometeo, ortolano e massaro di campo di Gesù, visitatore delle stalle, consigliere dei muli viziosi, veterinario, padrone dei parti animali…Questi è il santo nella cui casina di Tricarico oggi vanno a prendere la benedizione, di notte, le maschere del Carnevale che comincia. Questa del 17 gennaio è una notte di veglia”.

Ultimamente si sta cercando di riprendere l’usanza del falò della vigilia, la cui legna veniva raccolta allo scopo nel corso dell’anno: chiunque passava nei pressi della chiesa infatti, tornando dal legnatico dei boschi vicini, lasciava un po’ della sua legna. In ricordo di quel falò che durava tutta la notte, oggi all’alba si accende un grande fuoco nello spiazzo davanti alla chiesa in cui si radunano le maschere man mano che arrivano dopo aver dato la sveglia al paese. Una volta radunatesi fanno tre giri rituali intorno alla chiesa. Prima del terremoto del 1980 vi entravano per ascoltare la messa e ricevere la benedizione. Al momento dell’elevazione percuotevano i campanacci per chiedere a S. Antuono protezione e prosperità, con totale coincidenza tra rito arcaico, magico e pagano e quello religioso e cristiano, come scriveva anche Carlo Levi nella Prefazione a “Chi è devoto”, un volume fotografico su alcune feste popolari, edito nel 1974. Levi, infatti, in compagnia del suo amico Rocco Scotellaro, certamente entro il 1953 anno della morte del poeta, ebbe modo di osservare il nostro carnevale tanto da farne una suggestiva descrizione: “Il paese era svegliato, a notte ancora fonda, da un rumore arcaico, di battiti su strumenti cavi di legno, come campane fessurate: un rumore di foresta primitiva, che e entrava nelle viscere come un richiamo infinitamente remoto”.

La benedizione veniva fatta col braccio del Santo che si dice contenga un pezzo di ossa di S. Antuono, e veniva baciato da tutti i presenti. Attualmente la chiesetta è inagibile ed in fase di restauro ma viene comunque il sacerdote per la benedizione e subito dopo inizia la sfilata e la questua per il paese. Le maschere si dispongono secondo uno schema e ad ogni passo percuotono le campane producendo un suono continuo e assordante. I tori, in genere in ultima posizione, piuttosto frequentemente compiono impulsive incursioni in avanti all’interno delle due file avendo come obiettivo le mucche: con improvvisi scatti saltano in groppa alla vacca e mimano scene di monta, scuotendo violentemente il campanaccio.

Ci troviamo di fronte ad un rito del carnevale, un rito magico: il tema dell’unione sessuale è infatti tipico delle feste di carnevale dove l’osceno ha una carica magica e propiziatoria, con il quale il popolo si ingraziava il risveglio della natura con atti legati alla la legge della simpatia e omeopatia, del simile che produce il simile. Il nucleo etnologico del carnevale ci porta infatti ad antichi culti che hanno fatto confluire in esso riti agrari di purificazione e di propiziazione propri del mondo primitivo. Il carnevale contadino è la più grande di tali feste di rinnovamento che accompagna tutto il periodo in cui, dopo la semina, si preparano i tempi per la maturazione dei frutti, durando quindi fino a primavera inoltrata. Era un momento critico, di passaggio, che faceva scattare tutta una serie di rituali volti a guadagnarsi il favore delle divinità per il buon esito del raccolto. Da questa esigenza potrebbe derivare anche il significato dei nastri multicolori del cappello che simboleggiano i colori della primavera ed il volersi propiziare un positivo e fecondo risveglio della natura. Trasfigurato nella rappresentazione carnevalesca vi è forse anche il ricordo di quando gli animali, nei giorni di festa, venivano decorati con nastri e fiori; come avveniva ad esempio otto giorni dopo Pentecoste a maggio, nel prato antistante la chiesetta di S. Antonio Abate dove venivano portati muli, asini, mucche, pecore, maialini, tutti bardati a festa con nastri e fettucce colorati e fiori, per essere benedetti: si facevano fare loro i tre giri rituali intorno all’edificio e dopo il rito si svolgeva una fiera di animali, si portava in processione la statua del Santo e c’erano vari festeggiamenti. Quella del toro è la maschera più aggressiva, anche un po’ diabolica se vogliamo, per il suo aspetto ed il suo comportamento, perché è l’unica in grado di contrastare la volontà del capomassaro; quando questi cerca di bloccarlo col suo bastone, il toro si “impenna” e compie irriverenti gesti in avanti col bacino rivolto al massaro, scuotendo il campanaccio. Spesso è il toro a scegliere le case in cui entrare per la questua, soprattutto di amici e parenti, e negli esercizi di alimentari. Il nostro carnevale, con i suoi colori, i suoni, il travestimento animale, il campanaccio, la gestualità e ritualità, al di là se lo si ritenga un “frammento di cultura magno-greca” giunto fino a noi o gli si attribuisca un’origine medievale, rimanda senz’altro ad un mondo agro-pastorale arcaico e primitivo, tutto rinvia a quei riti della fertilità delle civiltà primitive che ritroviamo nelle tradizioni popolari di tutta Europa. E infatti Tricarico e le sue maschere hanno ricevuto il prestigioso riconoscimento di entrare a far parte della Federazione Europea Città del Carnevale ed è capofila della rete dei carnevali lucani. Inoltre dal 2012 si svolge a Tricarico il “Raduno delle maschere antropologiche”, vetrina dei carnevali lucani tradizionali ma anche occasione di incontro tra realtà lontane accomunate dall’essere custodi di antiche tradizioni. Dopo l’ingresso nella rete italiana ed europea dei carnevali, nel 2017 è arrivata la certificazione di storicità da parte del Ministero della Cultura: Tricarico è al 20° posto tra i 38 carnevali storici d’Italia, un valore nazionale che consentirà alla manifestazione di accrescere la propria attrattiva turistica sul territorio.