Le statue dei misteri nel venerdì santo di Messina

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A Messina le processioni della Settimana Santa si fanno risalire alla fine del secolo XVI o agli inizi del XVII. Una prima rievocazione della Passione di Gesù venne realizzata nel 1508 sulla piazza del monastero carmelitano (ordine con la sede nella chiesa di San Cataldo) in occasione della visita di Raimondo di Cardona Viceré di Sicilia e Napoli.

Le cronache riferiscono che fu messo in scena uno spettacolo realizzato con lavori di falegnameria, carta, stoffe colorate e con attori impegnati nei vari ruoli. È opportuno precisare che si era nel periodo della dominazione spagnola in Sicilia e queste manifestazioni prendevano spunto dalla Settimana Santa di Siviglia. L’usanza, infatti, probabilmente deriva dalla Spagna, da dove fu importata in altri paesi europei allora amministrati dalla monarchia spagnola; in questo modo la tradizione si diffuse in numerose regioni italiane. Un esempio di tale influsso culturale può essere il termine «las Casazas» dal quale deriverebbe l’italiano «Casazze» o «Casacce» con cui, nei secoli XVI e XVII furono chiamate, anche presso di noi, le prime manifestazioni nelle quali vengono portate in processione gruppi statuari.

A Messina, invece, per designare questi gruppi statuari si usa la parola «Barette»; il motivo è legato al fatto che, in origine, si portavano in processione cinque «machine d’argento e di finissimi cristalli» rappresentanti i «misteri dolorosi», appunto dette «bare»; infatti, si tratta di una sorta di catafalco a forma di bara con il Cristo morto che viene portato a spalla; a questo catafalco seguono altre bare.

Secondo le cronache l’istituzione avvenne nel 1610, quando l’Arciconfraternita del Santissimo Rosario, definita dei «Bianchi e della Pace» e fondata nel 1550 insieme a quella dei Santi Apostoli Simone e Giuda, a sua volta fondata nel 1554, istituì la processione delle «Barette».

Si racconta che il Viceré Emanuele Filiberto di Savoia, nel 1622, fosse rimasto meravigliato dalla processione; per questo motivo concesse una rendita annuale in favore della manifestazione. La fine della dominazione spagnola in Italia fece scomparire la denominazione particolare di «Barette» e quindi, in Sicilia, i catafalchi per portare in processione simulacri di «sacri gruppi» sono stati definiti con altri nomi diversi, fra i quali quello di «Misteri». Su questo termine ci sono diverse congetture glottologiche, fra le quali la derivazione dal latino «ministerium», ovvero «funzione», oppure «mynisterium», cioè «mistero religioso»; si tratta di soluzioni proposte nel Medioevo soprattutto in Francia dove furono avanzate dai «Confréres de la Passion». In pratica, sono composizioni teatrali di argomento sacro, tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento e dalle vite dei santi. Per estensione vennero poi così chiamate le analoghe manifestazioni di drammatica popolare che si svolsero in Spagna, in Germania, in Inghilterra e in Italia, dove presero anche il nome di «divozioni» e di «sacre rappresentazioni». Il tema era quello del teatro edificante delle rappresentazioni sacre che ebbero grande diffusione dal Medioevo al Settecento per giungere fino ai nostri giorni. Nel quadro di tale contesto storico-culturale, infatti, sono definiti «misteri» gli altri gruppi statuari che sono portati in processione in diversi centri della Sicilia. Ricordiamo, fra i più importanti e noti, quelli di Trapani: venti statue raffiguranti la Passione; sono opere di artigiani dei secoli XVII e XVIII, fra i quali Giovanni Matera, autore anche di pastori da Presepio. Dello stesso autore ci sono ad Enna due «varette» raffiguranti l’urna del Cristo morto e il fercolo dell’Addolorata. Altre opere sono ad Erice: sei gruppi statuari in legno e in tela e colla; altre sono a Caltanissetta, piccoli gruppi o «varicedde» e sedici più grandi.

Circa le «barette» messinesi, come si è già accennato, nel 1610 erano cinque, precedute da quella dell’Addolorata; chiude il corteo quella del Cristo morto, riposto in una teca di cristallo. Erano cinque nel 1644, anno in cui furono descritte da Placido Samperi nella sua «Iconologia delle Beata Vergine Maria Madre di Dio, protettrice di Messina»; Samperi sostiene: «Mà sopra tutto è opera degnissima la Processione istituita nella sera del Giovedì Santo in memoria della Passione del nostro Salvatore. Nell’anno 1610, essendo Governatore della Compagnia il Dottor D. Andrea Furnari, e Consiglieri Pietro Staiti, e Mario Corvaia, la quale per essere cosa molto grave, e nobile, hò giudicato in questo luogo brevemente descrivere. Viene questa Processione ordinata à spese della Compagnia da quattro Gentil’huomini Deputati dal Governatore nel mese di Febraro, i quali provedono di tutte le cose, che fanno di mestieri, per la sera del Giovedì Santo, affinche, con la loro sollecita diligenza, sia ogni cosa all’ordine. Escono nella mattina del Giovedì Santo à buon’hora, per le strade della Città quattro Ministri, con le cappe negre toccate di bianco, e berettini pur negri co’ suoi veletti d’argento, e co’ stromenti di legno nelle mani, come si usa in quel luttuoso tempo, per far rumore, e darsi à sentire, annuntiando a’ popoli la futura notturna Processione. Questi poi verso le due hore di notte [le 22,00, secondo l’”ora italica” che conteggiava le ore a partire dalle 19, tramonto del sole, cui corrispondevano le ore 24] precedono nell’uscir della Processione nel medesimo modo, con quei stromenti per tutto romoreggiando. Segue poi un gran stendardo negro, i cui capi sono da due Fratelli sostentati, che sono alla destra, & alla sinistra, accompagnato da quattro altri Fratelli, con torcioni à vento nelle cime dell’haste, e questi tutti vanno, con molta divotione à piedi scalzi. Vengono dietro immediatamente le Verginelle Disperse à due à due, con singolar modestia cò capelli sparsi, e con le corone in capo, portando in una mano la torcia accesa, e nell’altra alcun misterio della Passione del Signore, con un Choro scelto delle medesime, che soavemente cantano alcun Hinno, ò Madrigale conforme à quel lagrimoso tempo. Dopò queste Verginelle si porta la Bara della Santissima Vergine, che si licentia dal suo dolcissimo Figliuolo, e segue una gran Croce accompagnata da quattro torcioni, e dietro à questa vengono per ordine altre cinque Bare, ove si rappresentano al vivo, con statue di tutto rilievo delicatamente fatte, li cinque Misterij dolorosi, con l’ultima Bara di cristallo, in cui giace il Christo morto».

Una prima sospensione di questa Sacra Rappresentazione avvenne a causa del terremoto del 5 febbraio 1783 che danneggiò i gruppi statuari. Fu ripresa nel secolo XVIII e alle prime cinque statue furono aggiunte altre tra cui è ricordata quella del «Cristo caduto sotto la Croce», attribuita allo scultore messinese Giovanni Rossello. Attualmente questo gruppo scultoreo si è perso. Altre sculture sono l’«Ecce Homo» e il «Cristo alla colonna» delle quali non si conosce l’autore sebbene si proponga lo stile di Frate Umile da Petralia e il Rossello, un abile ceroplasta che si distinse particolarmente per le raffinate e realistiche realizzazioni di Bambini Gesù in cera.

Nel 1787 le due arciconfraternite prima indicate si fusero e si insediarono nella cappella del palazzo Balsamo del principe di Roccafiorita, poi Grano; quella cappella da quel momento prese il nome di Oratorio della Pace. Nel 1801 la processione, per rispettare la cronologia dei sacri eventi, venne spostata al pomeriggio del Venerdì Santo e, negli anni successivi, si arricchì di nuove «barette»; fra queste «l’Ultima Cena» realizzata da Matteo Mancuso.

Si tratta di una grande composizione con tredici statue a grandezza naturale; l’insieme statuario si ispira al Cenacolo di Leonardo da Vinci. Si deve rilevare che anche questa è in parte andata perduta. Nello stesso contesto cerimoniale, furono introdotti nel corteo processionale il picchetto armato e la banda musicale militare, mantenuti fino al 1866 per essere poi sostituiti dai Vigili Urbani.

Alla fine dell’Ottocento e prima del terremoto del 1908, con i diversi adeguamenti le «Barette» divennero otto e raffiguravano, nell’ordine processionale, «l’Ultima Cena»; «l’Orazione nell’Orto»; «il Cristo flagellato alla colonna»; «l’Ecce Homo»; «il Cristo sotto la Croce»; «il Crocifisso»; «l’Addolorata» e «il Cristo nella bara».

Prima del sisma del 1908, la mattina del Venerdì Santo si svolgeva la processione delle «Varittedde», una Via Crucis vivente impersonata da ragazzi in costume. Dopo il terremoto, nel 1922, si ricostituì la «Confraternita della Pace e dei Bianchi» e grazie ad un apposito comitato presieduto dal cav. Diego Musicò, si restaurarono e si rifecero le «Barette» danneggiate dal movimento tellurico.

In quell’anno, si svolse la prima processione del dopo terremoto. Nel 1926 i sacri fercoli furono custoditi nella restaurata chiesa di Sant’Elia fino a quando, nel 1932, venne costruito il «Nuovo Oratorio della Pace» in via 24 Maggio e le «Barette» divennero undici, che è l’attuale numero; sono tutte rifatte tranne «l’Ecce Homo» e «il Cristo flagellato alla colonna». 

Queste ultime dai caratteri tardo settecenteschi si rifanno, nella tipologia, alla famosa scultura lignea conservata nel Santuario di Calvaruso, opera di frate Umile da Petralia Soprana (al secolo Giovanni Francesco Pintorno) che la scolpì nel 1634 su commissione di don Cesare Moncada. Queste “Barette”, infatti, ricordano le peculiari caratteristiche presenti nelle opere di frate Umile: l’abbondanza di sangue, le diverse e sparse ferite, tumefazioni e rigonfiamenti, l’ampia ferita nel costato del Cristo, la folta corona di molteplici giri di spine.

Per «l’Ultima Cena», Matteo Mancuso s’ispirò chiaramente al celebre Cenacolo che Leonardo da Vinci dipinse, dal 1495 al 1497, nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano. Come è noto, in quest’opera Leonardo non concepì più la «storia» come un’azione definita, ma come una «situazione» psicologica complessa fatta di atti e reazioni intrecciati, inseparabili, quindi, da valutare solo nel loro risultato globale. Le figure sono riunite in gruppi di tre – e tale composizione mantiene in generale il Mancuso – le espressioni dei volti, gli atti delle mani sono il risultato di un concitato chiedere, rispondere, consultarsi: solo Cristo è isolato e il suo gesto è assoluto. Negli uomini, invece, tutto è relativo.

Tale varietà psicologica delle espressioni fisionomiche e dei gesti, fa scrivere allo stesso Leonardo: «Il bono pittore à da dipingere due cose principali, cioè l’homo e il concetto della mente sua; il primo è facile, il secondo difficile, perché s’ha a figurare con gesti i movimenti delle membra». «L’Ultima Cena» di Leonardo e, quindi, quella scultorea della «Baretta» (rifatta, in parte, nel primo dopoguerra sul modello del Mancuso), giungono ad esprimere così una situazione unitaria composta d’infiniti fattori, espressiva dell’uno e del tutto, del particolare e dell’universale.

Nel 1940-44 il lungo secondo conflitto mondiale, i bombardamenti e le distruzioni resero impossibile la manifestazione del Venerdì Santo. I simulacri temporaneamente ospitati nella concattedrale del Santissimo Salvatore, alla fine della guerra furono oggetto di restauri e, nella Settimana Santa del 1945 venne ripresa la processione con un percorso che toccava via Porta Imperiale e via Nino Bixio. Nel 1971 la Confraternita dei Bianchi, fusasi con quella di San Basilio degli Azzurri, non poté più far fronte all’organizzazione della processione. Subentrò il «Comitato Battitori», eredi degli antichi custodi.

Il 22 maggio 1994 al «Comitato Battitori» subentra a sua volta la «Confraternita del SS. Crocifisso Ritrovato» di cui fanno parte i componenti del disciolto «Comitato Battitori». Il 5 febbraio 2000, l’arcivescovo mons. Giovanni Marra, riapre al culto il «Nuovo Oratorio della Pace» di via 24 Maggio. La Confraternita del SS. Crocifisso detto «il Ritrovato» venne fondata nel 1751 con sede nella chiesa di S. Nicolò La Montagna e, successivamente, dopo il sisma del 1783, dietro concessione dell’Arcivescovo di Messina Mons. Ciafaglione, ebbe sede nel quartiere Tirone presso la chiesa del SS. Crocifisso il Ritrovato. Il pio sodalizio, che aveva lo scopo primario di tenere viva e diffondere la devozione ai dolori della Passione di Cristo, rimase travolto dagli eventi bellici del 1943 che distrussero la chiesa e dispersero i confratelli superstiti.

Il «Nuovo Oratorio della Pace» in via 24 Maggio, già «dei Monasteri», che custodisce le «Barette», è caratterizzato dal portale principale d’ingresso in pietra che reca sull’architrave l’iscrizione «FIRMITER AEDIFICATA MDCVIII» (1609), proveniente dal Monastero benedettino di San Placido Calonerò. Dalla sua ricostituzione, vi ha sede la Confraternita SS. Crocifisso il Ritrovato che ha in custodia le undici “Barette”: 1) “Ultima Cena”: gruppo statuario dei primi decenni del Novecento di Matteo Mancuso del 1846, rifatta sullo stesso modello dopo il terremoto del 1908; 2) “Gesù nell’Orto degli Ulivi”: 1956; 3) “La Flagellazione”: conosciuta come “Cristo alla Colonna” del XVII - XVIII secolo; 4) “Ecce Homo”: del XVII - XVIII secolo; 5) “La Veronica”: 1956; 6) “La Caduta” o “Cristo cade sotto il peso della Croce”, realizzata in cartapesta nel primo Settecento dal ceroplasta Giovanni Rossello e rifatta dopo il 1908; 7) “Il Cireneo” 1958; 8) “Crocifisso” o “Crocifissione”: XX secolo; 9) “L’Addolorata”; 10) “Pietà” o “La Deposizione”; 11) “Cristo Morto”: XX secolo.