Sui progetti FITP il diritto di parlare… il dovere di non sparlare

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Uno spettacolo, quello di Messina, a lungo testato e coronato da un successo per alcuni inaspettato.

È calato il sipario su due storiche manifestazioni della Federazione: “I Padri del Folklore” e la “Rassegna di Musiche e Canti tradizionali”. Due giorni pieni di emozioni, che hanno avuto, come centro propulsore, Il Palaculture della splendida Messina, che trasformato dai fantasmagorici colori dei gruppi, si è acceso di suoni e canti della tradizione dell’italico popolo. Un susseguirsi di applausi, di vibranti acclamazioni, hanno accompagnato le esibizioni dei gruppi, artisti liberi, spinti da immaginazione pulsante e creativa e da una naturale inclinazione a scardinare i dogmi organizzativi delle attuali feste di piazza.

Lo spettacolo folklorico è un’alchimia: ci vuole la giusta dose per crearla e un talento innato per sorprendere. Un elisir di vita, che non deve, però, stravolgere (in nome dello spettacolo) consolidate verità storiche, ma evidenziarle in tutte le sue componenti, anche con contaminazioni culturali, perché non si può prescindere dalla società attuale.

L’importante è giungere al cuore della gente, comunicare per vivificare tradizioni, modi di vivere, riti e suggestioni, ormai non più ripetibili. Penso sia superfluo rimarcare quanto sia importante stare e vivere insieme certe emozioni, scambiare idee e opinioni, ammirare e confrontare le suggestioni di canti delle varie Regioni italiane.

Uno spettacolo, quello di Messina, a lungo testato e coronato da un successo, per alcuni inaspettato. Se qualcuno ha pensato che ogni nostra manifestazione sia confezionata e costruita per mera abitudine di ripetere l’evento o per una forma di spettacolo fine a se stesso, ha sbagliato di grosso.

Il nostro è un progetto di vita, che si serve di momenti di aggregazione per trasmettere le proprie peculiarità, non disdegnando la formazione artistica dei singoli e dei gruppi. Sono queste le palestre che stimolano e formano i nostri giovani.

Completamente preso da queste considerazioni, mentre guido tra i tortuosi monti della Sila per far ritorno a casa con il cuore gonfio di gioia, si affaccia, prepotente, una frase di un collega di Giunta, verso alcuni dirigenti nazionali, che stanno (s)parlando sulla durata e l’organizzazione dello spettacolo della prima serata “ Il diritto di parlare.

Il dovere di non sparlare”. Cari Amici, un sottile confine può rendere un privilegio di natura, una conquista inalienabile come la parola, un’arma letale, un formidabile mezzo che uccide. E non solo i popoli negli scambi diplomatici e nelle guerre, anche gli individui nelle relazioni interpersonali.

Papa Francesco nella giornata in cui ha tuonato contro le minacce di nuovi conflitti, indicendo un appuntamento planetario di preghiere e digiuno, ha additato a tutti il malvezzo delle chiacchiere, del pettegolezzo. Esso, è termine la cui etimologia pare derivi dal termine “pithecus”(scimmia) o dall’universale peto (veneto: contar tutti i peti, raccontar tutti i fatti propri).

Fatto sta che Francesco Guicciardini, ai suoi tempi, già constatava e affermava, “le menti costrette in picciol cerchio, rimpicciolivano e pettegoleggiavano”. Siamo tuttavia spesso indulgenti con il pettegolezzo, quando esprime il sorriso, la gioia di vivere, il bisogno tipico di ogni società di esprimersi, perfino di sorridere delle sue libertà.

Lo siamo di meno quando la sottile voce diventa rumore e sfocia nella calunnia (quando poi succede nel nostro mondo…!). Perché è in quel momento, che le chiacchiere da bar possono creare sconquassi e tragedie, nelle famiglie, nelle organizzazioni nazionali (FITP !), nella politica, nella Chiesa e nei rapporti fraterni tra persone, che hanno condiviso successi e insuccessi, gioie e dolori, soddisfazioni e dispiaceri.

E qui la potenza deflagrante dell’uso politico della parola, dell’insinuazione mirata, della proterva diffamazione e dell’infamante discredito, che accende conflitti inarrestabili e sanguinosi, fa il paio con la devastazione, che può generare l’uso sconsiderato di giudizi e prese di posizione, quando azzardati, se non violenti nei confronti di persone e organizzazioni.

“Cari amici” l’attimo che ci induce a esplodere termini, definizioni e insinuazioni, uccide più di una letale arma. Certo anche l’ossessione ostensiva del proprio sé tramortisce ed esala miasmi terribili e drammatici, ma ancor di più lo è, come dimostrano amicizie, sconsideratamente recise, l’impiego folle e virale.

La facilità, oggi, di comunicare ricorre alla forza di una lingua preletteraria, quella tribale, che viene prima degli alfabeti, per ritrovare un senso pieno alla facoltà di dire. E per questo, tuttavia, la riconquista del diritto di parlare e difendersi, deve trovare dei limiti nel diritto degli altri di non veder lesa la propria immagine.

Riflettiamo…Non ci possiamo permettere di rovinare quanto costruito con impegno e abnegazione. I nostri progetti, da sempre, sono promesse che la fantasia ha fatto al cuore. Dobbiamo essere cattedra del dolore, luogo di apprendimento e conoscenza, perché “il mondo è bello e santo è l’avvenire” (G.Carducci, Il canto dell’amore).