Tutto andrà bene…ce la faremo. Chi sona e canta non more mai

img

Maledetto Coronavirus. Stai squarciando la vita domestica dei popoli. Non hai avuto pudore… Sei arrivato silente ma poderoso, potente, rumoroso e senza vergogna. Ripartire non sarà semplice, ma la volontà del popolo italiano, non sarà scalfita, non vacillerà, non ci sarà scoramento e rassegnazione.
Tutto andrà bene… ce la faremo.

Qualche giorno fa un cronista televisivo sentenziava che ci sarebbe servito un dopoguerra, a guerra ancora in corsa. Di essere Popolo e non populisti. Sembra incredibile, siamo lì. Manca solo un simbolo, anzi no, ce l’abbiamo: «Noi fummo da sempre calpesti e derisi perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme, di fonderci insieme, già l’ora suonò….». E poi c’è la Bandiera, il tricolore, esposto al “balcone”, in segno di giubilo e di unione per un’agognata guarigione.

C’è, difatti, qualcosa di nuovo, oggi, nell’aria, di fascinoso antico. E non è solo il virus. È una specie di esorcismo collettivo che ha del meraviglioso che ci frammenta, unendole, in svariate comunità. Quelli che si danno appuntamento per suonare dalla finestra, quelli che cantano dal balcone i canti goliardici di Siena, i Tenores, separati, a tutta gola, cantano per le vie di Cagliari, il trombettiere di Sgurgola, che suona l’Inno di Mameli, quello di Benevento che, con il suo magico violino, intona la Taranta, i flashmob virtuali e ancora, una banda che allieta la gente nel Messinese, senza uscire di casa, l’ex Ministra Fedeli, che si mette al piano e twitta l’Inno di Mameli; musica modello Blues Brothers, sparata ad Agropoli da un’auto dei Vigili urbani …. ognuno dal suo balcone, ma insieme. Un popolo che canta, nonostante tutto, non muore mai. Suonare e cantare dai balconi, aprire le finestre e intonare una canzone durante la crisi del Coronavirus. È ancora possibile, perché, nelle nostre città e specialmente al Sud, resiste l’anima dei quartieri.

I protagonisti, nella maggior parte dei casi, di questo straordinario evento, solo apparentemente surreale, sono stati i componenti dei nostri gruppi folklorici e protagonista è stata la Musica popolare, che dovrebbe diventare, secondo il mio modesto parere, Patrimonio dell’Unesco.
Nulla di pittoresco perché invece è stato e ancora sarà, una comunione di vita con la forza santa dell’improvvisazione di un canto, che era, al tempo stesso, sacro, scaramantico, liberatorio. Cantavano e magari stonavano, ma in assonanza, tutti insieme, ma separati, dietro ad un disco o con l’accompagnamento di un proprio strumento.

Per parere unanime, da questa catastrofe tutto uscirà cambiato: l’Economia, La Cultura, la politica. Qualche tempo fa, prima del Coronavirus, ho ascoltato da Corrado Augias una citazione ironica: per far diventare seri gli Italiani ci vuole una guerra. Adesso la guerra è arrivata, anche se non ci sono né bombardamenti, né tessera annonaria. Chi auspicava la decrescita felice ora deve confrontarsi con una decrescita infelice e, per alcuni versi, tragica. È bastata per indurre e convincere ad una maggiore serietà.

Le ironie cattive, piccole e grandi, nei confronti dell’Italia, andavano messe nel conto. Difatti ci vuole poco a far riaffiorare i vecchi pregiudizi. Ora, però, si vede che la reazione del Paese, dopo qualche incertezza iniziale, è stata rapida e decisa. Siamo in guerra contro un nemico invisibile, se non al microscopio. E anche noi, popolo dello spettacolo e della Cultura popolare siamo in profonda crisi. Concerti cancellati, feste annullate, elemento umano dei nostri gruppi non disponibile, difficile programmazione e quindi effetti tragici sul lavoro di tanti: artisti, maestranze, agenti di spettacoli, albergatori, ristoratori, gestori di teatri etc. Si fa ormai la conta dei danni, degli spettacoli posticipati di mesi, quando non saltati del tutto. Mi pare che l’abbraccio, in questa occasione, sia quantomeno sincero e solidale.

Questo periodo, perlomeno, mi sta e ci sta regalando una serie di sorprendenti lezioni. Innanzitutto è il momento di più alta coesione e condivisione nazionale che io ricordi, per quanto, paradossalmente, questo abbraccio ideale implica solitudine e isolamento. Oltre a sentirci parte di un tutto e modificare le nostre azioni nell’interesse generale (due gesti di enorme valenza sociale e politica), stiamo riuscendo a dare alla nostra giornata un ritmo diverso, reagendo con coraggio e maturità a un’emergenza drammatica. Possiamo leggere di più, scrivere, studiare e organizzarci meglio per il prossimo futuro. E poi pensare, riflettere, inventare, sognare, immaginare, persino annoiarci.
A proposito di organizzazioni, approfitto di questo mio messaggio per un’informazione, per me, dolorosa ma indispensabile.