Un alveare mistico

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Durante la Settimana Santa di Montoro (Cordova) è possibile ascoltare il canto polivocale, un’espressione musicale abituale nei riti della Passione di altri contesti europei ma, al contrario, fenomeno raro nei riti della penisola iberica. Come è emerso durante la mia decennale ricerca sul campo dedicata alle musiche di tradizione orale in Andalusia, la polivocalità è oggi portata avanti dal «Piadoso y Antiquísimo Coro de Nuestro Padre Jesús Nazareno y María Santísima de los Dolores», appartenente all’omonima confraternita e composto da circa 40 cantori suddivisi in tre registri (voz primera, voz segunda e bajo).

Il repertorio del coro, eseguito il venerdì che precede la Domenica delle Palme e il Giovedì e Venerdì Santo, comprende brani in latino trasmessi oralmente e scampati a circostanze sfavorevoli del XX secolo (guerra civile, perdita dei cantori più esperti, emigrazione) grazie alla tenacia di alcuni appassionati e dell’attuale direttore.
Motivo fondamentale del canto è la devozione per Padre Jesús1 e per la Virgen de los Dolores, tuttavia il repertorio viene altresì eseguito per commemorare i membri defunti del coro o per celebrare occasioni solenni quali l’imposizione della tunica ad un nuovo membro.
Infatti anche il vestiario è un elemento che riflette il senso di identità e devozione dei cantori; è tramandato di padre in figlio ed è composto da una tunica viola attraversata da lunghe corde che riportano i simboli della Passione e che si intrecciano sul petto, trattenute da un «pecherín» sul quale è ricamata l’effige di Padre Jesús.

Conosciuti come «hermanos corantes», i cantori ricevettero in passato l’appellativo di «abejorros» (bombi), nato dalla impressione suscitata nella popolazione dall’ascolto di canti in latino - lingua considerata poco comprensibile o mal pronunciata – come è stato sottolineato dagli informatori intervistati.
Tuttavia tale definizione può riguardare anche la percezione del peculiare timbro fonetico prodotto dal canto accordale, i cui suoni gravi o la produzione di battimenti possono trasmettere la sensazione di un ronzio. Questo particolare avvicina all’esperienza vissuta da Sofronio di Gerusalemme nell’ascoltare la polifonia di area greco-orientale, eseguita da cantori che egli descrisse «come api angeliche».

Nonostante la scarsità di riscontri per epoche così remote conceda unicamente la formulazione di ipotesi, è interessante notare come Montoro (l’antica Eipora) sia una città di probabile fondazione greca (oltre a vantare un passato romano durante il quale ricevette il titolo di civitas foederata). Inoltre, l’alta qualità della sua produzione mellifera la rese celebre in tutto l’Impero romano, restituendoci una ulteriore connessione con il nobile mondo delle api. Pertanto possiamo notare come, durante la Settimana Santa, il paese si converta in un alveare spirituale, dove ciascun cittadino collabora a vario titolo per la riuscita di un intento comune: accompagnare la statua di Nuestro Padre Jesús Nazareno nel corso della lunghissima processione che ha inizio il Venerdì Santo alle 2:00 del mattino (ora solare) dalla chiesa di San Juan de Letrán, per terminare nove ore più tardi.

I rintocchi delle campane (evidentemente non ancora silenziate) dilatano il tempo rituale, posticipando di due ore la mezzanotte al fine di rievocare l’antico orario in cui la processione aveva inizio.
Ma oltre a scandire il tempo, gli interventi del coro rimarcano i luoghi codificati dalla tradizione.
Infatti, all’arrivo della scorta2  personale di Padre Jesús avviene una prima esecuzione dello «Stabat Mater».
In forma responsoriale, intonato da un solista e ripreso da tutto il coro, il canto si svolge prevalentemente per gradi congiunti con un carattere solenne e ricco di sfumature cui fa da contraltare il fragore della banda di cornetas y tambores in arrivo presso la chiesa. Il risultato sonoro provoca forti emozioni e sancisce l’inizio della lunga notte di Padre Jesús. Nondimeno il repertorio vocale della Settimana Santa di Montoro comprende forme ibride tra impianto logogenico e melogenico, probabili frammenti di una azione drammatica più ampia, retaggi di Sacre Rappresentazioni di cui si è persa la struttura generale. Si tratta di formule in lingua spagnola: oltre ai recitativi semi-intonati del «Decreto de Dios Padre» e della «Confortación del Ángel», viene interpretata la «Sentencia de Pilato3» in diverse forme e momenti.

Quest’ultima, quando eseguita in modalità di «Sentencia corta», termina con un DO# che facilita l’intonazione da parte di un solista del canto dell’«Et erexit» (introdotto dalle note LA-SI-DO# sulla sillaba ‘Et’), cui si aggiunge subito dopo tutto il coro formando l’accordo maggiore LA-DO#-MI.
L’«Et erexit» in particolare è sentito dai coristi, dal direttore e dalla collettività come patrimonio esclusivo di Montoro, emblema di memorie, tradizioni e sentimenti. I versi cantati appartengono al secondo distico del «Benedictus» o «Cantico di Zaccaria» (Et erexit cornu salutis nobis / in domo David, pueri sui).

Appartiene al novero dei canti anche il «Miserere», che a Montoro viene intonato in sole due occasioni, mentre in altri contesti è considerato brano emblematico della Settimana Santa e come tale tra i più eseguiti.
Il «Miserere» del coro di Montoro presenta caratteristiche ritmiche e melodiche che lo differenziano dagli altri brani (Stabat mater e Benedictus) contribuendo a trasmettere l’impressione di un repertorio nel quale sono confluiti elementi stilistici appartenenti ad epoche e ceti diversi.
In linea generale, questa tradizione vocale viene definita come polifonia basata su tre voci gravi in stile «falsobordone», con alcuni aspetti che ricordano il canto gregoriano.

Dall’inchiesta è emersa coscienza dell’affinità con i canti polivocali della Settimana Santa in Sardegna, per quanto tale somiglianza non venga analizzata dagli intervistati ma permanga su un livello sfumato – diffusa probabilmente dalle ipotesi dell’illustre drammaturgo locale Miguel Romero Esteo (il quale nei suoi scritti mise in relazione la polifonia di Montoro con quella sarda). Effettivamente anche la tradizione polifonica di Montoro si esprime per intervalli di 3ª, 5ª e 8ª e presenta frequenti episodi di doppio parallelismo (di terze ed ottave); inoltre si è rilevato il medesimo interesse a sottolineare i momenti in cui viene raggiunta la massima intesa spirituale e musicale da parte del gruppo.
Durante l’esecuzione dello «Stabat Mater» di Montoro, infatti, può avvenire l’aggiunta estemporanea di una voce; un’iniziativa soggetta al verificarsi di determinate condizioni acustiche del luogo e del gruppo dei cantori. A ben osservare, seppure con modalità strutturali ben differenti, si tratta delle stesse condizioni presenti nella ricerca della «quintina» da parte dei cantori di Castelsardo.

Nel caso di Montoro è un solo cantore, con la voce più acuta delle altre, a separarsi momentaneamente dalla propria linea melodica al fine di eseguire un controcanto, mentre a Castelsardo è la somma degli armonici a determinare l’impressione di una voce aggiuntiva. Al contrario, nello stile esecutivo a voce piena che segue la pura energia del canto, si ravvisa affinità tra il coro di Montoro e la «Massa» di Cagliari, altra espressione musicale della Settimana Santa dell’isola, nella quale tuttavia non si canta in latino. Nondimeno, volgendo lo sguardo ad altre tradizioni italiane, è interessante rilevare analogie con la Settimana Santa di Sessa Aurunca, la cui polifonia appare vicina a quella montoreña per diversi elementi. Tra questi, la divisione a tre voci (dette «bassa», «media» e «alta» anche se in questo caso a parti reali), nonché la presenza del «Cantico di Zaccaria» - che nel paese campano viene eseguito collettivamente dai confratelli e dai fedeli, i quali alternano l’esecuzione dei versi con la cantillazione da parte di un solista. Il maggiore rilievo attribuito a questo canto troverebbe giustificazione nel fatto di costituire l’ultimo Salmo dell’Ufficio delle Tenebre, ampiamente celebrato a Sessa Aurunca con il cerimoniale dello spegnimento delle quindici candele della «saetta», mentre Montoro si concentra sulla processione dedicata al Cristo.

Nel paese andaluso, non appena la statua di Padre Jesús viene riaccompagnata in chiesa, il coro intona il «Cuius», ultimo canto il cui tono minore introduce il clima del commiato.
Il rito si conclude con l’abbraccio finale tra tutti i cantori, solerti nel ritirarsi una volta terminato il loro compito e solidali come le api.